Capitolo 4 – L’Uomo con la Pistola (Parte 2)

finale

Estratto

Castelchiasso sembrava essere costruita all’interno di una campana di vetro che impedisse al vento del tempo di sfiorare lei e i suoi abitanti. Certo, capitava di vedere Smart e SUV tornare indietro a bassa velocità per l’unica strada che portava alla rotonda al centro del paese, come se si fossero persi o volessero esplorare chissà quale territorio sconosciuto. I bambini camminavano con il cappuccio calato sulla testa e gli occhi bassi sui sui loro smartphone, indossando magliette e cappellini di supereroi, rapper o gruppi black metal sconosciuti (Gustav giurò a Inès di aver addirittura intravisto spuntare tra i boschetti dietro il paese un paio di visi infantili pitturati di bianco e nero). Si potevano vedere televisori a schermo piatto dalle finestre delle graziose case color crema, con la silhouette delle loro teste sempre immobile davanti alla luce fosforescente. I cancelletti delimitavano prati fioriti, cespugli perfettamente potati e cani pigramente stesi in mezzo ai nani da giardino, come per fargli la guardia. Eppure, già voltando la testa verso i mattoni rossi leggermente anneriti dallo smog della scuola elementare, nascosta in mezzo alle file di alberi sottili che delimitavano la strada principale, con le sue insegne e il piccolo obelisco in bronzo arrugginito che spuntava fuori dal cortile d’asfalto, non si poteva non avere la sensazione che qualcosa di antico si posasse su ogni cosa, come una sindone di polvere.

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Prossima settimana:

Ultimo Trip: 09. Arto dopo Arto, Dente dopo Dente

Estratto da ”Ultimo Trip: 09. Arto dopo Arto, Dente dopo Dente”

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Siamo a quattro capitoli dalla fine… (di Ultimo Trip. Zeitgeist ha ancora tanto da raccontare). Ecco un secondo,  breve estratto dal prossimo:

«Oddio, ma non eri al Terzo Ciclo? Pensavo aveste voi la ‘’verità’’, no?» Vedendo gli occhi di V. brillare di lacrime e le labbra torte per il disgusto e la confusione, si sporse verso di lei. «Sei come me,» disse. «Sei esattamente come me. Sai meno di tutti gli altri perché come con me hanno deciso che farci sapere la verità non era qualcosa di utile al loro scopo. Pensavate di essere di quelli più vicini alla verità, invece non siete neanche all’inizio tunnel di merda in cui ci trovavamo tutti.»

«L’unica verità che conosciamo tutti e due,» disse V. «È che se se strofino la tua faccia contro un muro, in due minuti le piante si prenderanno le tue palle da parte per colazione. A meno che tu non mi dica di cosa diavolo stia parlando.»

«La Luce è arrivata. Hanno già le nostre palle per colazione,» rispose Marco, con le braccia alzate dai fili di piante a indicare il verde che aveva divorato la sala. «Non servono le minacce. Siamo Fratelli, adesso più di prima. Prenderei un caffè, adesso…»

«Marco,» lo supplicò V. «Ti prego…»

«Certo, scusami… scusatemi. Quello che volevano da noi era mettere su un esercito. Non un esercito metaforico. Veri soldati, addestrati. Non volevano la pace delle nostre menti, non volevano che avessimo chissà quale rivelazione, se non quella che ci davano loro. Le nostre braccia, la nostra rabbia, quelle gli erano sufficiente. Ci addestravamo tre volte alla settimana. Gli altri giorni ci insegnavano a manovrare i barili, studiare le piantine del sistema idrica e dei gasdotti delle nostre città, a sintetizzare la nuova formula delle foglie.»

«Lo sapevo che era merda chimica,» disse Willhelm, incrociando le braccia.

«Willhelm, dio cristo…» lo richiamo V.

«Questa è la differenza tra i Vecchi e i Nuovi. I Vecchi andavano di gran discorsi, miracoli e libricini per diffondere loro storie. Il concetto dei Nuovi è che il resto del mondo avrà la verità, che la voglia o meno, come un cazzo di video virale. C’è una squadra per ogni comune, ogni città, ogni stato. Sono partiti un paio di ore fa. A me non fregava un cazzo, volevo solo curare me e mia sorella, ricominciare a vivere. Non ho più niente, adesso. Niente di niente. Solo la ‘’causa’’.»

Stanza Grigia (Redux): 04. L’Uomo con la Pistola (Parte 1)

finale

 

Estratto

«Dico che possiamo lavorarci. Dico forse questi personaggi hanno di meglio da mostrarci.»

Inès sorrise. Il sole faceva sparire la sua pelle pallida, lasciandole solo le labbra rosse e un paio occhi verdi che emergevano come da un foglio bianco.

«Se iniziassimo il secondo atto prendendo la macchina, facciamo un giro in paese…» le prese il viso con entrambe le mani, avvicinandola di nuovo alle sue labbra. «Dove nessuno si aspetta niente da noi e non non ci aspettiamo niente da nessuno.»

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(Per chi dovesse aver letto la ”vecchia’ Stanza Grigia, i primi tre capitoli della versione ”redux” pubblicata fino adesso erano una versione più o meno ripulita e migliorata della prima. Da qua in poi ”Stanza Grigia” diventa una storia nuova. Spero apprezziate, e prometto che le cose esploderanno molto prima del capitolo 6)

Ultimo Trip: 08. Neve ad Agosto (Parte 2)

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Estratto:

«Questo mondo di attori e scenografie di cartapesta,» continuai, solenne, camminando con le braccia dietro la schiena, intento a recitare il mio ultimo monologo. «Indossa il suo abito migliore, ti porge una mano e ti fa girare la testa a forza di dirti quanto sei speciale, ti sussurra come il resto del mondo imbruttisce intorno a noi, mentre tu resti bellissima. Finalmente t’invita a cena e, quando arrivi al grande tavolo, ti accorgi di trovarti in uno squallido buffet di bestie e che la portata principale sei tu. Si radunano compatti intorno a te, ti lacerano, ti masticano, succhiano tra le labbra ogni lembo di carne, ne assaporano il sangue e poi ti sputano via, pulendosi pure la bocca disgustati. Pensavano che fossi buono, ma l’aspetto è sicuramente meglio del sapore, questo pensano. Poi puntano il dito verso un altra portata e accorrono in massa, sgomitando verso il prossimo piatto, sicuramente più buono e più fresco. E tu resti sul pavimento, immobile. Cerchi di rialzarti, ma ti hanno spezzato le gambe prima, per non farti scappare più e costringerti a guardarli divorare qualcosa di più buono di te.»

Mi avvicinai a lei, appoggiando la mano sul bancone. Mi piegai sul suo viso. «Questo non succederà alla mia bambina, non come al suo papà. Nessuno affonderà i denti su di lei. Non conoscerà quel dolore, non ne ha bisogno.»

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(Se qualche scena vi dovesse risultare familiare, è probabile che ne abbiate già letto qualcosina qui)

Prossima Settimana: 

Stanza Grigia: 04. L’Uomo con la Pistola

Stanza Grigia (Redux): 03. Giochi di Coppia

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Estratto:

 

Giorno 2

Uno strllare denso di fiati la risvegliò, vibrando dentro di lei dalla gola fino allo stomaco. Poi, la voce di Celentano entrò, fendendo i fiati come burro fuso, insieme all’illusione di essere ancora immersa in un sogno.

Il lato del letto di Gustav era vuoto. Inès accarezzò la parte di coperta intatta, man mano l’effetto dello Xanax svaniva e rivelava la nostalgia del dopo risveglio.

Si alzò, mugolando per il dolore alla testa e la confusione, e uscì barcollando dalla stanza.

Entrata nella sala, rimase a osservare intontita il vecchio mangianastri incastonato nella spessa mensola del caminetto. Si avvicinò a esaminare quell’oggetto nuovo, con la testa ancora ridotta a un fitto groviglio di cavi arrugginiti.

Il tavolo era ricoperto da una tovaglia di fogli di carta appallottolati, sotto cui s’intravedevano ancora la sceneggiatura dello spettacolo, un blocco note riempito dagli scarabocchi di Gustav e una busta di carta bianca. Aprì la busta e un sorriso stanco le si disegnò pigramente sul viso.

Tirò fuori una delle brioche all’interno e l’aprì, facendo fuoriuscire la crema di latte al suo interno.

Girò intorno al tavolo e aprì alcune delle pallottole di carta per vedere a cosa Gustav avesse lavorato tutto quel tempo.

C’erano solo stralci di dialoghi e versi di poesie slegati tra di loro, incomprensibili.

Aprì il blocco note, masticando un altro boccone di brioche, e lesse la prima pagina. C’erano scritti solo pochi versi, segnati a matita e con la solita calligrafia disordinata, scritti come se andasse di fretta:

Il mio cuore è come una stanza grigia,

dove giriamo intorno e ci perdiamo

confondendoci stanchi tra le pareti.

Uno strano senso di disagio l’assalì. Non doveva parlare necessariamente di loro, pensò. Potevano riferirsi a una storia nuova, o una nuova linea di dialogo per lo spettacolo. Rilesse quei versi altre due, tre volte. Mangiò un altro boccone e il sorriso, prima stanco, prese un contorno più definito.

«Gusti…?», chiamò con la voce frizzante, ancora leggermente appesantita dal sonno. «Amore…?».

La canzone finì, e lo scrosciare dell’acqua si levò tra le note che morivano in dissolvenza.

La confusione e l’intontimento da farmaci la portò a provare la prima porta sulla sinistra. Girò il pomello un paio di volte, senza risultato. Si piegò sulla ginocchia e avvicinò l’occhio al buco della serratura.

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Prossima Settimana

Ultimo Trip: 08. Neve ad Agosto, parte 2

Ultimo Trip: 08. Neve ad Agosto (Parte I)

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Estratto:

[…] Ogni volta che il personaggio preferito di un dramma o di una commedia che l’avevano rapita moriva, interrompeva la videocassetta a metà dei titoli di coda e, impegnandosi a nascondere alla mia vista il volto rigato dalle lacrime, lo riavvolgeva fino a farli ricomparire nella prima scena per poi stopparli lì, incapsulati nel tempo, dove la morte non li avrebbe nemmeno sfiorati. […]

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Doppio estratto da ”Ultimo Trip”

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Va bene, l’ho fatto di nuovo, ma il capitolo 8 aveva bisogno di una piccola aggiunta, ne varrà la pena. Questo non vuol dire che non vi possa far leggere delle parte dai capitoli 8 e 9.

Tra pochi giorni, doppio capitolo.

estratto da ”08. Neve ad Agosto”

Quando riaprì gli occhi, mi ritrovai con la faccia immersa nella sabbia. Sentivo ancora l’odore del mare appiccicato alle narici, mescolato a quello pungente della benzina. Mi trovavo a qualche metro dalla macchina capovolta, con le sue ruote che ruotavano pigramente, cigolando doloranti in mezzo al suono delle onde e lo scricchiolio della sabbia sotto le scarpe. Due figure nere camminavano intorno alla carcassa, incuriosite. Cercai di convincermi che non fossero spiriti né il tristo mietitore; solo due persone che indossano una tunica nera con il cappuccio alzato, in mezzo a una spiaggia, di notte, in piena estate. Si guardarono intorno e poi alzarono i cappucci appuntiti verso la cima del promontorio. Scossero la testa e mi parve di sentirli chiedersi come diavolo fosse successo. Girai la testa verso la spiaggia. Il cielo era pennellato di viola e blu, senza una stella in cielo, solo la luna piena, tonda a lievitare a pelo dell’acqua. Una delle figure si stagliò contro l’orizzonte, e la vidi prendere tra le braccia il corpicino senza vita di Dominique. Allungai un braccio verso di loro e cercai di far uscire qualche parola dal sangue che mi riempiva la bocca. Uno di loro doveva aver sentito quel gorgoglio in lontananza e si girò verso di me.

«È vivo!» esclamò uno di loro, sorpreso. S’inginocchiò vicino a me ad esaminarmi. Non c’erano occhi né viso all’interno del cappuccio: solo buio e nient’altro che buio. La figura mi girò intorno e mi sollevò dalla sabbia, come l’altro aveva appena fatto con Dominique. Prima che i contorni della luna cominciassero a scomparire in mezzo al cielo violaceo, prima che il buio tornasse a inghiottire ogni cosa, sentì un’ultima frase uscire dal cappuccio della figura che teneva la mia bambina, pronunciata con tutta la paura e l’insicurezza di chi stava per scoppiare in un pianto disperato.

«Io… io credo sia morta, Albé…»

Estratto da ”09. Arto dopo Arto. Dente dopo Dente”.

Alla fine, pare che ogni storia fosse vera, dalla più inquietante alla meno ridicola.

Quando la Luce si sarebbe avvicinata a forgiare un Nuovo Mondo dalla materia grezza di quello vecchio, Fathima si sarebbe palesata finalmente tra i suoi Fratelli e, con lei, le piante e la terra che hanno custodito e protetto il suo spirito. Il cielo sarebbe caduto, la terrà si sarebbe aperta in due, ma ogni Fratello sarebbe sopravvissuto, avvolto nel profumato abbraccio dell’edera, fino a che il tiepido calore di una Nuova Luce non avrebbe lambito ogni foglia e ogni radice.

Strauss li invidiava, i suoi Fratelli. Alla fine, il tempo aveva dato loro ragione, portando con sé nuove rivelazioni. Scoprirono in fretta che avrebbero misurato il passare di ogni minuto che li separava dall’Avvento con ogni singola goccia di sangue, ogni dente e ogni arto caduto dal portale ormai sgombro dei loro Fratelli. Ma non c’era da disperarsi, non per troppo. Sangue e viscere non avrebbero lastricato i pavimenti, non troppo a lungo, assorbiti dalle piante come nutrimento. Nessuno aveva fatto loro false promesse, nessuna certezza che l’arrivo di Fathima non avrebbe portato con sé nuovi dubbi e domande, ma questo non avrebbe impedito alle loro menti di trovarsi di fronte a un bivio. Qualcuno avrebbe pensato che non era per questo che avevano scambiato la loro vita e sprecato i loro talenti e i loro affetti. Qualcuno si sarebbe chiesto come avesse fatto il tutto a trasformarsi in merda così in fretta. Qualcun altro non avrebbe avuto il tempo di chiederselo, probabilmente, nel momento in cui l’edera cominciava ad avvolgersi stretta intorno alle loro teste, i loro polsi e le caviglie. E cosa dire di quelli, che vedendo le piante costruire una fortezza intorno all’hotel, tappando ogni finestra, ogni porta, si sono chiesti: «Dov’è la Luce?»

V. rimase ferma sulla soglia. Alle sue spalle, Strauss aspettava, guardando la sua testa girare in alto e di lato, meravigliata.

«Devo portare il fucile?» le chiese.

«Non lo so,» rispose lei. Poi, dopo un altro attimo di silenzio meravigliato. «Oddio, sì, portalo. Diamoci una chance.»

 

 

Una Stanza Grigia (Redux) – 02. Primo Sangue

finale

Estratto:

Dopo un lungo sentiero di legno ammuffito e logora carta da parati, la ‘’Suite degli Innamorati’’ arrivava come una dolce brezza di aria fresca, con i suoi sentori di vaniglia e zucchero che sembra attirare i suoi clienti già dalla hall.

Buona parte di questa consisteva nel salone/sala da pranzo, occupato da lungo tavolo in mogano che sembrava emergere direttamente dal parquet di legno scuro. Al lato destro della suite stava un finto camino in pietra, attrezzato con uno schermo LCD dove veniva trasmessa in loop l’immagine di un caminetto accesso, con lo scoppiettio del legno a diffondersi nell’aria attraverso le enormi casse Hi-Fi. Tutte le mura erano interamente tinteggiate di rosa confetto, reso ancora più morbido dalla luce che entrava dall’unica finestra in fondo alla sala.

«Siamo intrappolati in un gigantesco bon-bon,» bisbigliò Gustav, guardandosi intorno, spaesato.

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prossima settimana: Ultimo Trip – 08. Neve ad Agosto

tra due settimane: Stanza Grigia – 03. Giochi di Coppia

 

Stanza Grigia (redux). 04. Mezza Giornata nella Vita di Boris (estratto)

finale

 

Estratto:

Milano.

Adesso.

Boris trascinò la sedia fino in cucina, con la donna ancora legata sopra. Era riuscito a immobilizzarla con vestiti e asciugamani di fortuna rubati alla cieca dalla cassettiera in salone e una decina di giri di nastro adesivo per i polsi e le caviglie. Un paio di calzini appallottolati e un altro paio di giri di nastro adesivo intorno alla bocca dovevano essere sufficienti a tenerla calma per parte della telefonata.

Non appena arrivò in cucina, la donna riprese a mugolare disperata e a dondolarsi sulla sedia, mentre Boris girava in tondo per la cucina, con la faccia tesa e i denti stretti come per cercare di sputare via una buona idea dalla gola. Alla fine, l’idea arrivò. Corse in salone, mentre la donna continuava a saltellare sulla sedia, cercando di liberarsi e urlare. Dal salone, come una cannonata, arrivarono annunci di televendite e applausi da talk show sparati a tutto volume dal televisore. Boris tornò di corsa, dritto verso di lei, le mise la mano libera dalla pistola contro la bocca e le saltò in grembo.

«E smettila di urlare. Per favore…» disse, ringhiando ringhiando a denti stretti, cercando di placare il tremolio alle mani e alle labbra. «Non possono andarmene e lasciarti qui così, lo capisci? Ormai ho fatto il danno, va bene? Tanto vale calmarsi un po’, no? Godersi il tempo…» La donna cominciò a calmarsi, con somma sorpresa di Boris. Gli occhi grandi e lattiginosi si riempirono di lacrime, mentre le lacrime si misero a colare lungo le guance molli e arrossate. Era una donna che doveva aver di gran lunga superato la mezz’età, probabilmente in pensione. Quell’appartamentino non era di qualcuno che avesse famiglia, tantomeno di qualcuno che aspettasse visite. Tarchiata e sformata, l’aveva trovata a camminare goffa per la cucina, infilata in un lungo pigiama bianco con orsetti a casette ricamate sul tessuto, quando aveva fatto irruzione da lei. La solitudine doveva farsi sentire, tra un programma televisivo e l’altro, tra piatti cucinati in teglie troppo grandi per una persona. Boris strizzò gli occhi e scosse la testa per scacciare via qualunque indizio dell’umanità della persona su cui stava seduto in grembo.

«Sono mortificato, davvero,» disse, sinceramente combattuto. «Non è… è la prima volta per me. Non l’ho mai fatto in vita mia. Mi occupo del contrario, di solito.» Strizzò gli occhi e scosse la testa, di colpo, come colpito da un’emicrania, e, con la canna della pistola appoggiata alla fronte, bisbigliò: «Parli troppo. Fallo e basta.» La donna prese a ululare tra le lacrime e a battere i piedi, come una bambina.

«No, no, la prego, non faccia così. Colpa mia. Parlo da solo e anche a vanvera, tra l’altro. Non voglio spaventarla. È che non posso farmi trovare impreparato, capisce? Devo fare una cosa ‘’importante’’ e ho un assoluto bisogno di lei, in questo momento. Potrebbe davvero aiutare un suo pari, in questo momento,» la donna continuò a divincolarsi tra i vestiti e gli asciugamani che la tenevano legata.

«Ecco, ad esempio, se la persona da cui sto davvero andando facesse così non saprei… non saprei bene che cosa fare e tutto andrebbe a farsi fottere,» girò la testa e guardò la piccola cucina. «Non ha fatto niente di male per meritarti questo, davvero. Non ho nulla contro di lei. Era solo il primo appartamento che ho trovato. La donna lanciò un ululato di dolore, cancellato dalla musica e gli annunci delle televendite. «Ho una mezza idea di cosa le stia passando per la testa, adesso, e voglio mettere le cose in chiaro: lei non è una persona stupida. Non voglio che si senta così o qualche altra idiozia. Chiunque nella sua fascia d’età avrebbe aperto, glielo assicuro. Vi fidate di noi e fate bene, in linea di massima. Per me il tesserino non conta più, ma immagino che per voi valga il mondo. Certo, non lo sapete ancora, non lo sapete… ci sono altre cose contano.» La donna smise di battere di piedi. Lasciò cadere la testa in giù, rassegnata. Il suo pianto si fece più languido, arreso. Boris cominciò a guardarsi attorno e a sfregarsi le guance, incapace di contenere il disagio. «Dopo andrà tutto bene. Non le addolcisco la pillola, non parlo di al di là o della fine del dolore. Lo dico con cognizione di causa. Tutto andrà molto meglio: per me, per lei, probabilmente anche per gli studenti al piano di sotto che non le danno tregua.» La donna non sembrava né sollevata, né interessata dalle scuse di Boris. «Sa, ho incontrato un gruppo di persone,» continuò lui, cercando di mantenere un sorriso amichevole e rassicurante. «In un momento molto difficile della mia vita. Hanno una visione molto chiara del futuro, del futuro di tutti , di ogni cosa, e sono stati così generosi da condividerla con me, oltre che a salvarmi da me stesso.» Alzò i polsi a mostrarle le cicatrici, sorridendole. La testa della donna era ancora piegata in giù. Il sorriso di Boris si spense e ritornò tutto il disagio. «Che questo fosse successo adesso o tra cinque giorni… non avrebbe fatto alcuna differenza. Dico sul serio. Inganniamo il tempo, aspettiamo qualcosa di grande, più grande di noi, che ci metta al centro di qualcosa, e quando questa arriva noi, ci troviamo completamente impreparati. Io non lo sarò. Lei non lo sarà. E, forse, lei è pure la più fortunata di tutte. Non è stanca di essere continuamente distratta da cose che contano meno di chiunque e qualunque altra cosa?»

La donna continuava a piangere, con le grosse spalle che sussultavano e le lacrime che cadevano in goccioloni, bagnandole il grembiule.

«E va bene,» urlò Boris, alzandosi da lei. «Ho fatto una stronzata, va bene? Non ne prendo una. Non ne prendo una giusta. Forse posso sbagliare e basta, lo pensi anche tu?»

(Piccolo incidente di percorso. Questo video è un breve riassunto degli ultimi dieci giorni)

Prossima Settimana:

Una Stanza Grigia (redux): 02. Primo Sangue

Tra due Settimane

Ultimo Trip: 08. ”Senza Titolo”

 

Ultimo Trip: 07. Nessuna Bugia. Nessuna Paura.

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Estratto:

«Dimmi che tutto quello che c’è scritto qui,» V. unì le punte dei piedi, colpendo il manoscritto. «Ogni parola che stai per dare in pasto alla gente là fuori, l’immagine e la storia che stai per dare di noi… Guardami negli occhi e dimmi che è tutto vero.»

Willhelm rimase in silenzio.

«Willhelm…»

«È vero.»

V. spalancò gli occhi, come se un vuoto profondo e gelido le stesse riempiendo la gola, prosciugandola.

Willhelm si girò a guardarla. «Tutto vero.»

V. si girò, allontanandosi dallo sguardo di Strauss. Si piegò in avanti, torcendo la bocca come per cercare di sputare dalla gola un grido d’aiuto.

«Per una volta nella vita,» continuò Willhelm. «Ho davvero deciso di non dire più nessuna bugia e, per la prima volta, dopo tanto tempo, ho sentito di non avere davvero più nessuna paura,» allungò una mano verso di lei, di scatto, quasi spaventandola. Le prese la mano e s’interruppe, quasi sorpreso di sentire il calore della sua carne nella sua. Accarezzò ogni nocca e ogni falange. Assorbì la sensazione delle sua ossa spesse, reali sotto il suo polpastrello. «Luce o non Luce, ora ho deciso, V. Ho deciso che cosa voglio vedere. E un po’ lo devo a voi, a tutte quelle che avete fatto a me e a tutti gli altri. Lo devo ai trent’anni di vita che mi avete rubato.»

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