Anticamere & Corridoi: ”Screaming Trees”

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Estratto

Castelchiasso

Anno 2067

Cinquant’anni dopo l’Avvento del Mondo Nuovo.

Grazie al cielo avevano cambiato le lampade della sua stanza. La maniera in cui la luce al neon si rifletteva sul muro bianco le perforava gli occhi e la testa, impedendole ogni possibilità di immaginare, un posto lontano da quella stanzetta asettica. Aveva ancora bisogno di un’ultima bugia, dolce e accomodante come quella di cinquant’anni prima. Ormai si sentiva troppo vecchia per la verità.

Stava immobile, con il corpo esile immerso nell’ampio accappatoio blu sbiadito a fissare il lettino vicino al suo, ancora ben fatto, senza la minima piega. Nessuno lo aveva ancora occupato da quando si trovava lì. Avrebbe preferito vederlo sfatto, con tutti i segni della vita precedente tra le pieghe. In quel modo, pensava, sarebbe sembrata meno una promessa non mantenuta.

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Stanza Grigia (Redux): Capitolo 7 – Lo Spazio è Solo Rumore [Capitolo Completo]

finale

 

Estratto

«Prima che tu faccia qualcosa di stupido, qualunque cosa,» disse, avvicinandosi cauto, tenendo la pistola lontana dal suo corpo «Voglio che tu sappia che, qui dentro, nessuno ti sentirà urlare. Nessuno. Quello che sta per succedere là sopra è qualcosa che va oltre qualunque tragedia tu abbia sentito nei giornali o nei libri di storia. Ci saranno dei morti, tanti e centinaia di persone in fuga da qualcosa di molto, molto più pericoloso di me. Di noi se ne sbattono, capisci? In paese, poi, sarà un’Apocalisse peggiore di quella al quinto piano. La stessa cosa succederà contemporaneamente in ogni città, in ogni comune e in ogni cazzo di paesino, casa, camera, appartamento sparso per l’Italia. Questo per dirti… questo per dirti che il mondo, oggi, se ne sbatte di noi tre, che l’unico qui a sentirti urlare, oggi, sarò io.»

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Conclusione della prima parte della Stanza Grigia (il finale della prima parte di questo capitolo è cambiato dall’ultima volta. scusate il disagio…)

 

 

Scricchiolii: 01. Festa della Mamma (Estratto)

scricchiolii

 

Estratto n°1

Castelchiasso.

03 Settembre 1997

«Novantotto… novantanove… cento!»

La bambina aprì gli occhi e cominciò a vagare per l’atrio della chiesa, facendo bene attenzione a non scivolare nelle pozze di sangue sparse per il pavimento.

«Corri, nasconditi, comunque ti trovo,» urlò con la voce acerba e stridula. I piedi nudi sul legno rimbombavano nella sala come minuscole esplosioni di petardi nelle della sua mamma, rannicchiata dietro l’ultima fila di panche vicino all’entrata.

Aspettava che la trovasse, facendo scivolare il rosario nella mano tra le mani tremanti, sussurrando un Ave Maria con la voce spezzata dal pianto, scossa dalla paura. Si sarebbe confessata volentieri se il corpo del prete non fosse stato appeso a decine di metri sopra l’altare, con le braccia aperte e i polsi legati alle liane di edere e rampicanti che pendevano per il soffitto, insieme a decine di altri fedeli.

La bambina continuava a cercare, facendo zig-zag tra i vari corpi dei fedeli, piegandosi sotto ogni panca e spostando teste o mani che potessero bloccarle la visuale. I piccoli piedi sfioravano capelli e fronti umide di sangue e sudore, mani torte ad artiglio, congelate in un rigor mortis che le faceva sembrare animali impagliati. Dal pavimento e dal soffitto, centinaia di occhi senza vita la osservavano nella sua ricerca, con ancora impresse nelle pupille l’ultimo istante sconvolto di terrore di quando il loro sguardo ha incontrato quello freddo e paziente di Angelica.

Le urla rimbombavano ancora nella testa della mamma. Non esplosero tutte insieme, come si addiceva in un qualunque scena di panico collettivo, no. Era partito incerto, silenzioso, come se si fossero rifiutati di realizzare fino alla fine cosa gli stesse succedendo. Solo verso la fine le urla si levarono come uno sciame di vespe, mentre i vetroni della chiesa tremavano, percossi dal suono dei pianti, delle preghiere, della carne e dei vestiti che si laceravano, dal ticchettio dei denti che cadevano sul pavimento.

Indossavano i loro vestiti da messa: anonimi completi grigi per gli uomini casti abiti lunghi monocromatici e gioielli appariscenti per le signore. Avevano scelto accuratamente il loro abbigliamento per la sera in cui avrebbero deciso di cacciare definitivamente la ”troia” e la sua bestia dalla comunità.

Poteva tornare tra le braccia di quel branco di depravati in tunica bianca che si nascondevano nei boschi con le loro foglie e le loro allucinazioni. La bambina non sarebbe venuta con lei, se lo poteva sognare. Per lei c’era ancora speranza, ma Angelica non voleva stare senza la sua mamma, e se gli altri non fossero stati d’accordo, allora la Luce poteva invadere i loro corpi e sciogliere i loro occhi bovini nelle orbite vuote.

«Trovata.»

Laura alzò la testa dalle ginocchia, lanciando un rapido gridolino di sorpresa. Angelica stava in piedi davanti a lei, nuda, il corpicino pallido e secco ricoperto di sangue ormai rappreso. La guardava con il suo solito sguardo di marmo, carico di curiosità.

Le braccia di Mickey Mouse intrappolato nel quadrante dell’orologio da polso della piccola erano entrambe tese alzate sopra la testa, come per arrendersi, indicando la mezzanotte. Erano appena entrati nel terzo giorno di settembre: la sua bambina aveva finalmente compiuto otto anni.

«Hai imbrogliato,» disse Angelica, incrociando le braccia e piegando la testa di lato.

«Cosa, tesoro?» chiese la sua mamma, tradendo una macchia di paura nella voce.

«Ti sentivo piangere. L’hai fatto apposta, mi hai fatto vincere.»

«Scusami, tesoro,» Laura sorrise, asciugandosi il naso e gli occhi con il polso. «A mamma non piace vederti perdere. Vogliamo riprovare?»

Angelica scosse la testa.

«Vuoi… vuoi un abbraccio?» chiese la mamma, aprendo incerta le braccia

Angelica fece di sì con la testa. .

Laura rispose al suo cenno, tendendo un sorriso costretto, più simile a un ghigno disperato, e avanzò a carponi verso di lei. Levò le mani da terra, titubante, come tenendosi in equilibrio su un piano instabile, e le posò impaurita sulle scapole della bambina. La pelle della piccola odorava di edere e vaniglia, sporcato da quello dolciastro di sangue e carne.

Angelica affondò le piccole dita nella schiena della sua mamma e appoggiò il mento nell’incavo della spalla.

«La tua Luce non si muove quando sei con me,» disse Angelica, con voce fredda, analitica.

La mamma scoppiò a piangere, lanciando singhiozzi striduli nelle orecchie della bambina.

«Non fa niente,» disse Angelica. «Abbiamo tempo.»

Estratto N° 2

La stanza era la 309.

Posò il vassoio rosa davanti alla porta e si assicurò che non ci fosse nessuno a passare per il corridoio. Poggiò la schiena e strisciò giù, fino a sedersi. Schiacciò un orecchio contro la porta e rimase in ascolto. Poteva sentire i suoi passi ovattati avvicinarsi verso la porta, finché non si fermò. Angelica si era premurata di non produrre né un rumore né un suono, di non dare alcun indizio della sua presenza, ma lei lo sapeva che era lì: era una di quelle certezze che una madre poteva avere solo con sua figlia.

«Ciao, mamma,» disse Angelica, alzando una manica dell’accappatoio e giocando con un molare incastonato nel polso, poco sopra il suo orologio da Mickey Mouse. «Ti ho portato il pranzo.»

Nessuna risposta, a parte il debole frusciare della tunica dietro la porta.

«Ti avevano preparato il puré con il formaggio. Gli ho detto che non puoi mangiare latticini e te lo hanno rifatto. Penso stessero cercando di ucciderti di nuovo,» Angelica rise tra sé e sé.

Smise di giocherellare con il dente e prese a pestare ritmicamente i piedi sul pavimento, in attesa di una risposta da dietro la porta. Si sorprese della distribuzione ordinata dei suoi nuovi denti: mani, piedi e viso e collo erano le uniche zone non colpite da qualunque cosa le fosse successo. Continuava a torturare quei denti, stringendoli, cercando di farli dondolare e torcerli in mezzo alla carne. Cominciò finalmente a capire chiunque avesse l’abitudine di torturarsi i brufoli e i punti neri.

«Oggi non sono riuscita a fare la corsa del mattino, mi hanno fatto lavorare presto. Sembrava un brav’uomo, quello di oggi. Ha falsificato qualche conto, le spese della festa. È stato un peccato, no? Tu diresti così.»

Alzò un dito e cominciò ad accarezzare le venature della porta di legno, trattenendosi dal desiderio di bussare.

«Mi è successa una cosa strana con lui: mi ha chiesto se potevamo farlo su una collina dove andava da ragazzo. Tanto che andavamo lì, continuava a parlarmi di come in quel campetto giocava con i bambini, di come ha dato il bacio lì e là, di come le piaceva la bambina di quella casa. Di solito gli altri dicono altre cose…» s’interruppe un attimo e tornò a giocare col dente sul polso. «Anche gli altri parlano, ma non mi importa mai niente. Nemmeno di lui m’importava davvero. Ma in quel momento, non riuscivo a non pensare che tutti quei ricordi sarebbero stati spazzati via con un colpo di pistola, persi per sempre. Ma, sono rimasto ad ascoltarlo. Ricordo ogni parola e adesso vivono con me. Forse non ha davvero perso tutto, vero?»

Sentì un altro fruscio da dietro la porta. Angelica poggiò di nuovo il dito sul legno, questa volta piegando una nocca, pronta a bussare. Rimase con il dito a mezz’aria, indecisa.

«Sei con papà?» chiese.

Ancor nessuna risposta.

Scosse la testa e si rialzò. Rimise il vassoio a posto, si piegò verso la porta e gli diede un bacio.

«Adesso devo andare, mamma. Devo fare i miei esercizi,» accarezzò la porta con entrambe le mani, sorridendo, immaginando sua madre in piedi dall’altra parte. «Ti voglio bene. Pensami un po’, oggi.»

Stanza Grigia, Redux: 07. Lo Spazio è Solo Rumore (Estratto)

finale

 

Boris stava in piedi al centro della sala. Ansimava per la fatica, con le gambe e le braccia divaricate, tese, come se avesse appena finito di sollevare un carico pesante. La camicia blu era pezzata di sudore sotto le ascelle e dietro la schiena.

Si girò di scatto, lanciando un grugnito di sorpresa. Con il viso madido di sudore e gli occhi sbarrati, fissò Gustav come un animale braccato. Chiuse le dita in un pugno e cercò di mostrare un sorriso rassicurante.

«Ehi, Gustav.»

Due sedie erano state gettate a terra, stese lungo un lato sul pavimento. I cocci di una bottiglia circondavano una pozza di liquido rosso scuro; l’olezzo acido che riempiva la stanza gli diceva che era vino che si mescolava all’odore acre di sudore, stagnante nell’aria gelida.

Gustav chiuse la porta dietro di sé, un’azione istintiva che qualche ora dopo avrebbe chiamato ”il suo primo errore”.

«Dov’è Inès?»

Boris fece per aprire la bocca, ma una voce lontana, proveniente dal bagno, lo interruppe.

«Gustav?»

La voce di Inès usciva ovattata, da dietro la porta, disperata e sollevata per l’arrivo di Gustav.

«Gustav, ha una pistola,» urlò Inès, terrorizzata.

Il sorriso di Boris sparì, lasciando solo una smorfia ansiosa e indecisa. Tirò fuori la pistola da dietro la cintura e caricò il colpo, senza puntarla verso di Gustav.

«Prima che tu faccia qualcosa di stupido, qualunque cosa,» disse, avvicinandosi cauto, tenendo la pistola lontana dal suo corpo «Voglio che tu sappia che, qui dentro, nessuno ti sentirà urlare. Nessuno. Quello che sta per succedere là sopra è qualcosa che va oltre qualunque tragedia tu abbia sentito nei giornali o nei libri di storia. Ci saranno cadaveri, sangue, tante e centinaia di persone in fuga da qualcosa di molto, molto più pericoloso di me. Di noi se ne sbattono, capisci? In paese, poi, sarà un’Apocalisse peggiore di quella al quinto piano. La stessa cosa succederà contemporaneamente in ogni città, in ogni comune e in ogni cazzo di paesino, casa, camera, appartamento sparso per l’Italia. Questo per dirti… questo per dirti che il mondo, oggi, se ne sbatte di noi tre, che l’unico qui a sentirti urlare, oggi, sarò io.»

Work in Progress (Scricchiolii + Una Stanza Grigia, seconda parte)

 

SCRICCHIOLII (Sinossi)

A pochi giorni dall’Avvento,  Angelica si risveglia con il corpo totalmente ricoperto da denti. Incisivi, molari e premolari fusi alla carne e alle ossa che tremano e scricchiolano a ogni movimento e  a ogni respiro.
Avrà poco tempo per adattarsi alla sua nuova condizione e finire il suo ultimo incarico, commissionato dai suoi Fratelli.

 

Ci si vede a settembre!

[Fuori dallo Zeitgeist Hotel] Fluffers/CdM [Antologia completa]

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Copertina a cura di Sophie Lamoretti

 

Sei storie brevi, tra circoli di lotta tra carlini mannari, pessimi coinquilini, diete alternative, primi halloween, storie narrate in cinema deserti e rospi domestici.

 

01. Fluffers (PDF) – (ePub)

02. Il Primo Costume di Felicia (PDF) – (ePub)

03. CdM (PDF) – (ePub)

04. Hummus (PDF) – (ePub)

05. La Fatina degli Occhi (PDF) – (ePub)

06. Il Rospo Nero (PDF) – (ePub)(ePub)

 

Fluffers/CdM (eBook Completo) (PDF) – (ePub)

 

Ci rivediamo presto con  ”Una Stanza Grigia” e ”Scricchiolii”

Zeitgeist Hotel, Ciclo Uno: Ultimo Trip di un Don Giovanni Perbene [COMPLETO]

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Willhelm Strauss è stato uno dei più grandi attori dei nostri tempi. Adesso la sua stella è sbiadita ed è conosciuto dalle nuove generaioni come il membro più anziano dei «Figli di Fathima», nonché il suo simbolo. A pochi giorni da «L’Avvento», il suo mondo fatto di set, feste, donne ed eccessi comincia a crollargli addosso, ma nei pochi giorni rimasti prima dell’arrivo di una «Nuova Luce», ha ancora tempo per un ‘’ultimo trip’’ per recuperare i cocci del passato e, con loro, il ricordo di sua figlia.

Capitolo 0 – Partire dal Basso (PDF – ePub)

Capitolo 1 – Nessuna Improvvisazione (PDF – ePub)

Capitolo 2 – La Signora delle Acque (PDF – ePub)

Capitolo 3 – Quello Che Volevamo Vedere (PDF – ePub)

Capitolo 4 – Fuori Sincro (PDF – ePub)

Capitolo 5 – Peep Show (PDF – ePub)

Capitolo 6 – Mostri Come Noi (PDF – ePub)

Capitolo 7 – Nessuna Bugia. Nessuna Paura. (PDF – ePub)

Capitolo 8 – Neve ad Agosto, Parte 1 (PDF – ePub)

Capitolo 9 – Arto dopo Arto. Dente dopo Dente. (PDF – ePub)

Capitolo 10 – Neve ad Agosto, Parte 2 (PDF – ePub)

Capitolo 11 – Il Giardino di Vetro (PDF – ePub)

Capitolo 12 – Il Dono (PDF – ePub)

Capitolo 13 – Controfigura (PDF – ePub)

Capitolo 14 – Ultimo Trip [Finale] (PDF – ePub)

 

Presto nella versione ebook in un unico volume

Ultimo Trip: Capitolo 13 – Ultimo Trip (FINALE)

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Estratto

«Non ti devi preoccupare di questo, Willhelm. Come ti ho detto, non importa,» si stirò la tunica e cominciò a scendere verso l’arena uno scalino alla volta. Camminò solenne fino ad arrivare da Willhelm. Quando lui fece par alzarsi, gli appoggiò le mani sulle spalle e lo spinse dolcemente sulla sedia. «Stai comodo. Ascolta bene. Lascia che ti dica perché i nostri Fratelli saranno comunque felici.»

Ivar fece scivolare i palmi guantati lungo le spalle di Willhelm, fino a prendergli il viso tra le mani.

«Quello che devi fare, per rendergli felici, è dargli una monetina di cioccolato, Willhelm.»

Willhelm rimase a guardarlo intontito, con la bocca semi-aperta.

«Eh?»

«Pensa a un barbone. Un barbone qualunque. Sta in un angolo della strada, affamato, con le mani giunte a chiedere l’elemosina: Solo una monetina basterebbe, qualunque cosa gli permetta di comprarsi almeno da mangiare. Poi arrivi tu, con il tuo viso buono, i tuoi abiti eleganti. Forse un salvatore, ma, molto più probabilmente, qualcun altro che gli camminerà accanto e lo ignorerà, proprio come tutti gli altri. Perché dovrebbe fare diversamente, no? E invece, ti fermi, ti pieghi sulle ginocchia, gli metti quella monetina in mano e gli dici che passerai da lui ogni giorno a dividere le tue monetine con lui. Perché? Perché puoi aiutarlo, hai i mezzi e non lo abbandonerai, questo è quello che gli dici. Adesso immagina a quando te ne vai. Il barbone tiene la moneta tra le dita, ma la stringe troppo forte e si spezza, troppo facilmente per essere d’oro. Immaginalo scartare l’involucro, che splende come una moneta vera. Immagina i suoi occhi quando scopre del cioccolato sotto quell’oro. Cosa pensi che farà, che getterà quel cioccolato pensando che l’hai fregato o che lo mangerà in un solo boccone, dopo giorni di digiuno? Lo mangerà comunque, Willhelm. E tu farai lo stesso il giorno dopo e il giorno dopo ancora. E ti sarà sempre grato perché sarai comunque l’unica mano amica in mezzo alla folla. Questo è quello che offriamo ai nostri fratelli, Willhelm, quello che offri tu: una mano amica, piena di monetine.»

«E anche quello che offri a me, vero?» rispose Willhelm. Le sue guance tremavano di rabbia tra le mani di Ivar. Le dita s strinsero intorno alle orbite e agli zigomi, con lo scricchiolio dei guanti di pelle riempire le orecchie di Willhelm. Ivar si avvicinò la testa al volto di Willhelm. L’odore di carne putrefatta arrivava intenso, stringendogli lo stomaco.

«Nessuno ha monetine per te là fuori, Willhelm.»

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”Ultimo Trip” finisce qui.

Grazie per aver scaricato e seguito la storia e spero vi siate divertiti quanto me. In caso contrario, i canali per lamentarsi sono:

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Ci si rivede per la seconda parte di ”Stanza Grigia”, la versione ebook di ”Ultimo Trip” e per il nuovo racconto: ”Scricchiolii”

 

Ultimo Trip: Capitolo 13 – Ultimo Trip (Finale) [estratto]

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Estratto

Castelchiasso.

Adesso.

La chiesa distava a una decina di chilometri dall’hotel. Procedendo a velocità sostenuta, in meno di una decina di minuti sarebbe potuto arrivare lì, prendere Dominique, risalire in macchina e lasciarsi Castelchiasso, l’hotel, Ivar e tutti i Fratelli alle spalle, probabilmente per sempre. Forse era l’idea di lasciarsi tutto alle spalle che impediva Willhelm di superare i venti chilometri orari, procedendo quasi a passo d’uomo. Ricominciare di nuovo da capo, a quasi settant’anni, con tutti i ricordi dei trip delle ultime quarantotto ore ancora incisi nel cervello, proprio quando tutto sembrava finalmente concludersi una volta per tutte, proprio quando V. ha deciso di dirgli addio.

O, forse, stava facendo quello che avrebbe fatto qualunque altro uomo arrivato alla sua età, rallentare e guardare quello che gli passava accanto: tappeti di edere che avevano divorato i campi e il bosco, riducendolo a una sorta di spaventosa grotta di foglie e radici; tutte le camionette della polizia scaraventate nei fossi ai lati della strada, corpi dilaniati vestiti in assetto antisommossa che galleggiavano nelle acque fangose; manganelli, armi, sangue, materie grigie e intestini sparsi per la strada che lo costringevano a chiudere gli occhi e a stringere i denti ogni volta che ci passava sopra con le ruote. Usciti dalla stradina, una volta svoltato verso il centro del paese, il paesaggio non era troppo differente, c’era solo spazio per altra distruzione, altri corpi o resti da spargere uniformemente per l’asfalto, i cortili o appesi con pigrizia ai cancelletti.

La chiesa sembrava essere rimasta intatta dall’invasione strisciante di verde, svettando in mezzo al disastro con la sua faccia di pareti neri e la porta di legno lucida, come appena pulita. Parcheggiò, ridacchiando tra sé e sé per tutto il tempo che aveva impiegato a cercare un buon parcheggio in mezzo al paese deserto.

Nell’atrio spoglio non c’era l’odore della vaniglia, ma solo quello di sandalo e legno. Willhelm percorse la colonna vertebrale di panche vuote e polverose, lasciando che l’eco dei passi nel legno gli rimbombasse nei timpani. Il suono dei suoi mocassini sul pavimento lo disgustava, come se l’ambiente fosse saturo della sua presenza, l’unica persona ancora in grado di produrre qualunque rumore nel raggio di chilometri. Seguì le istruzioni di Inzani: spostò l’altare di legno lucido, rivelando una scala a pioli stretta che andava a sparire in una pozza di buio e ragnatele.

«Nessuna paura,» cominciò a sussurrare Willhelm, poggiando incerto il piede sul primo scalino.

«Nessuna paura. Nessuna paura.»

Capitolo 12 – Controfigura (parte 2)

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Estratto

Arrivava poi la seconda parte del nostro accordo: portare nuovi volti, nuove braccia, nuove visioni all’hotel. Dovevo tornare sotto i riflettori, diventare il volto dei Figli di Fathima. Rimettermi al centro del palcoscenico, chiamare i riflettori e gli obiettivi su di me, prestare la faccia per qualcosa che a malapena conoscevo era l’unica cosa che sapevo davvero fare.

Cercare uno spazio in un mondo che avevo rifiutato, da cui ero fuggito senza nemmeno degnarle di un addio suonava come chiamare qualcuno dopo tanto tempo solo per chiedere un favore.

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