Stanza Grigia (redux) – Capitolo 7 – Lo Spazio è Solo Rumore (Parte 1)

finale

 

Estratto

Boris sorrise. Si alzò dalla sedia e avanzò verso di lei.

«Qualcuno ha delle visioni, sì. Le ho avute anch’io, ma, non sono facili da descrivere. Come lo spieghi a qualcuno che non lo sa? Forse un modo c’è,» arrivato davanti a lei, le tolse dolcemente la canna dalle dita e l’appoggiò al posacenere. Poi gli tese la mano e, con un sorriso sottile, gli chiese: «Te lo dico se mi concedi un ballo.»

Inès rispose al sorriso. Appoggiò la mano nella sua e si alzò, barcollando leggermente. Al primo passo rischiò di inciampare e scoppiò a ridere, mentre Boris cercava di guidarla in un ballo lento, dondolando dolcemente i fianchi.

«Quando prendi le foglie, lo spazio intorno a te diventa solo rumore, capisci? Ti soffoca, non riesci a parlare, muoverti, nemmeno a pensare. Tutto trema intorno a te e sta per crollarti addosso sotto quel frastuono. Vuoi urlare, ma le parole ti si strozzano in gola. Esce soltanto un gridolino che si confonde a tutto il resto. Poi, la visione s’innesca, la tua Luce inizia a fluire e tutto diventa esattamente come questo: noi che balliamo una melodia che conosciamo solo io e te, circondati dal rumore e niente ci può toccare

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Ultimo Trip: Capitolo 11 – Il Dono (Parte 2)

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Estratto

«Ivar…» mi avvicinai con cautela, con un braccio in avanti, pronto a tirarlo verso di me non appena fosse pronto a prendere il coltello e puntarselo al collo. Mi chiesi perché mi preoccupassi tanto. Il Willhelm di qualche anno prima l’avrebbe semplicemente lasciato fare, non era qualcosa che gli sarebbe importato. Il Willhelm di quel momento era stanco. Stanco della morte intorno a lui, stanco delle lacrime, stanco del rimorso altrui, stanco di non conoscere un lieto fine per sé e per chiunque altro. Erano tutti troppo simili a me, sentivo che mi ci sarebbe voluto poco per confondermi a loro nel dolore, nel rimorso, nella paura dei ricordi. Avevo bisogno di vedere qualcuno sopravvivere, di vedere la luce finalmente riflettersi nel fango.

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Ultimo Trip – Capitolo 11: Il Dono (Parte 1)

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Estratto

All’inizio,  una macchina veniva a prendermi a fine giornata per portarmi da Dominique. Una limousine nera, come il vetro che separava me dal conducente, una barriera che non si abbassava mai tra noi due durante la nostra mezz’ora di viaggio. I vetri erano oscurati. Perfino schiacciando il naso contro il finestrino, non c’era modo di vedere il paesaggio esterno, né di conoscere la strada che mi portava verso l’ospedale.
Ogni volta ero la sua unica visita. Mai la sua mamma, né un parente, né un amico. Solo io e lei, come era sempre stato. Stavo in piedi, muto vicino al letto a guardarla. Non mi sono mai illuso di vedere un ditino muoversi, né una palpebra vibrare. Non ho mai pensato di meritarmi la fortuna di poter essere i primi occhi ad assistere al suo risveglio.
Restavo in completo silenzio per tutta la mezz’ora che mi veniva concessa.
«Può parlarle se vuole,» mi dicevano sempre le infermiere. «Potrebbe farle bene, essere circondata da stimoli, sapere che il suo papà e lì.»
«Non vuole,» dissi una volta. «Non vuole che le parli. Vuole solo che stia qui. Non ci crede lei a queste stronzate. Non ha bisogno di me.»
Speravo che fosse così. Speravo che la mia non fosse l’unica voce che sentisse, dovunque si trovasse.

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Stanza Grigia (Redux): 06. Equinox

finale

 

Gustav si fermò di colpo. Si girò di scatto, non accorgendosi di avere le spalle al muro. Boris gli piazzò una mano vicino alla testa e si avvicinò.

«Hai forse paura di qualcosa, Gustav? Hai paura per lei? Hai paura di me?» Chiuse gli occhi, riempiendosi il petto dell’odore di Gustav. «Se hai paura di me, ti prego di dirmelo. Vorrebbe dire tanto per me, in questo momento.»

 

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Prossima Settimana – Ultimo Trip: 11. Il Dono (Parte 1)

Tra Due Settimane – Stanza Grigia: 07. Deus Ex_Machina

Stanza Grigia (Redux): 06. EQUINOX (Estratto)

finale

 

Estratto

 

Appena sentì bussare, sapeva che poteva essere solo lui. Niente servizio in camera, aveva tutto quello di cui aveva bisogno. Non poteva essere un Fratello, nessuno di loro gli parlava; avevano tutti paura di lui.

«Arrivo,» urlò. Corse in bagno. Si tirò indietro i capelli. Guardò prima il profilo destro, poi il sinistro. Si assicurò di avere i denti ben puliti, mentre dall’altra parte continuavano a bussare.

«Arrivo, arrivo. Ho detto che arrivo.»

Attraversò la camera, sbuffando e scuotendo le braccia. Aveva preso una sala essenziale, il pacchetto standard: una camera da letto e un bagno. Niente suite per lui, almeno per il momento.

Aprì la porta, cercando di non farlo né troppo forte, né troppo piano: la regola era apparire il più sicuro, rilassati e il meno sospettosi possibile.

Trovò Gustav. Lo guardava fissò, con gli occhi spalancati e i pugni chiusi contro i fianchi. Sembrava teso e insicuro, esattamente com’era abituato a conoscerlo.

«Tanti auguuuuuriiii aaaaaa teeeeee,» canticchiò Boris, mostrando il sorriso da squalo.

«Posso entrare?»

«Sei un vampiro?» chiese, forse troppo serio.

Gustav rimase in silenzio, visibilmente confuso.

«Non ti serve l’invito, puoi sempre entrare in casa mia,» disse Boris. Si scansò, allungando un braccio verso la camera. «Prego.»

Gustav entrò, guardandosi intorno, poco impressionato. I muri erano impacchettati in una carta da parati viola scuro, leggermente anneriti. L’odore stantio di chiuso, mescolato con quelle delle sigarette e del posacenere traboccante sul comodino dominavano la stanza.

«Vivi qua?» chiese Gustav.

«Da un annetto. Diciamo che mi appoggio. È uno dei tanti regali che mi hanno fatto i tizi di Fathima.»

«Ma è un buco.»

«Un buco è sempre un buco,» rispose Boris, sorridendo.

Gustav si limitò a fissarlo, poco impressionato. Il sorriso di Boris si spense, mostrandosi subito imbarazzato.

«Non la penso sempre così, lo sai,» si affrettò a dire Boris, serio e a disagio. «Non con le persone, sono solo scherzi.»

«Cosa ci facevi nel bosco?» chiese Gustav, di getto.

Boris incrociò le braccia e rise.

«Dritto al punto.»

«Sempre,» rispose Gustav, deciso, continuando a fissarlo.

«Non si direbbe dalle robe che scrivi. Che ne pensa Inès?»

Il pugno di Gustav prese a tremare.

«Va bene, scusa. Evitiamo di fare i maschi, eh? Perché ero nel bosco… non ne ho la fottutissima idea, ecco perché. Sento qualcuno urlare e correre nel parcheggio sotto la pioggia e vedo te. Ti sono solo corso dietro, avevo paura fosse successo qualcosa a te o a Inès.»

«Perché sarebbe dovuto succedere qualcosa a Inès?»

«Perché non sarebbe dovuto succedere qualcosa a te?»

Lo sguardo fermo di Gustav ebbe un tremito, mentre cercava di tenere ferme le labbra per evitare di boccheggiare come al solito. Boris mostrò un sorriso storto e si fece immediatamente serio.

«Mi stai facendo un interrogatorio? Io avevo le mie buone ragioni. Cosa cazzo ci faceva lei nel bosco, piuttosto?»

La maschera da duro scivolò dalla faccia di Gustav. Rifletté un attimo e scosse la testa.

«Senti, sono venuto qua solo per dirti di stare alla larga da me e Inès.»

«Sì, me l’hai detto ieri.»

«Non devo essere stato abbastanza chiaro.»

«Oh, lo sei stato,» Boris si avvicinò minaccioso, un passo alla volta, costringendo Gustav a indietreggiare. «Ma ti dico, sono uscito dall’Arma da un po’, quindi non seguo più gli ordini di nessuno, soprattutto se non hanno senso.»

«Senso ce l’ha,» disse Gustav, cercando di controllare il tremolio alla voce. «Sta lontano da Inès.»

«E da te? Devo stare lontano anche da te?»

Gustav si fermò di colpo. Si girò di scatto, non accorgendosi di avere le spalle al muro. Boris gli piazzò una mano vicino alla testa e si avvicinò.

«Hai forse paura di qualcosa, Gustav? Hai paura per lei? Hai paura di me?» Avvicinò la faccia a quella di Gustav. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente. «Se hai paura di me, ti prego di dirmelo. Vorrebbe dire tanto per me, in questo momento.»

Ultimo Trip: 10. Il Giardino di Vetro

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Estratto

Willhelm le diede le spalle. Poggiò prima una mano titubante sulle foglie dell’albero, poi un’altra e aprì la tendina di foglie. Fece un passo fuori, si guardò intorno, e si girò incerto verso Adriana.
«Finisce così? Niente mostri? Niente fiamme, niente…?»
Adriana annuì. «Niente di niente. Finisce con un addio e un grazie.»
Willhelm finse un sorriso e fece scivolare via la mano dalla tendina.
«Grazie per avermi tenuto in vita, Willhelm.»
Willhelm si girò di spalle.
«Grazie per avermi tenuto in vita, Adriana.»

 

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Prossima Settimana – Stanza Grigia (Redux): 06. Equinox

Tra Due Settimane – Ultimo Trip: 11. Il Dono

Stanza Grigia (Redux): 05. La Stanza Grigia

finale

 

Estratto

«Oggi il piccolo Stanis ha morso la sua domestica,» disse lui, ridacchiando con tenerezza al ricordo del
suo piccolo. «Le ha strappato via la prima falange dell’indice. Volevo dirle che era fortunata che non le
avesse strappato la faccia per usarla come copertina, ma è la seconda che perderemmo in un mese,» rise
di nuovo. Era quella risata stanca, quella a cui si lasciava andare quando spezzava il silenzio dei loro
pasti con una battuta innocente che perfino lui riconosceva come non così divertente.
«Manchi al nostro piccolo, Fathima. Piange ogni notte, vuole la sua mamma.»

 

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P.s. 

L’ultima scena del capitolo potrebbe avere a che fare con questo capitolo da ultimo trip

Ultimo Trip: 10. Il Giardino di Vetro [Estratto]

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Vagò per quello che le sembrava un tempo infinito, con il fucile in una mano e l’altra a schermarsi gli occhi dal bagliore accecante che l’aveva inghiottita non appena ebbe calcato il primo passo fuori dalla sala ristoro in fiamme.

Willhelm se la caverà, pensava. Sarebbe rinsavito, avrebbe trovato la porta aperta, esattamente come l’aveva lasciata e l’avrebbe raggiunta in un attimo. Erano ancora connessi. La sua visione era quella di Willhelm e viceversa. Non l’aveva abbandonato, gli aveva solo lasciato un momento per sé, uno spazio per poter soffrire in pace, assorbire la notizia, realizzare che per quasi trent’anni gli avessero fatto credere che la loro bambina non c’era più. Se si trovava ancora lì, allora voleva dire che Willhelm era ancora vivo. O forse… forse la Luce era davvero arrivata. Forse aveva ragione ad avere fede. Forse non era tutto una bugia.

Ma quelli come te non bruciano mai…

Una parte di lei pensava che non doveva sentirsi in colpa per lui. Forse era quello che Fathima aveva sempre avuto in serbo per lui. Se ogni donna reale o immaginaria nella vita di Willhelm si fosse palesata, in quel momento, l’avrebbe inseguita a stringerle la mano e complimentarsi per essere riuscita a fare quello che per anni loro gli avevano potuto solo augurare. Tutte, forse, tranne una…

La luce cominciò a diradarsi. Gli occhi di V. si aprirono pian piano fino a spalancarsi di colpo: prima sollevati, poi affascinati alla vista di quello che si trovavano davanti.

Intere distese di prati di vetro color verde e bianco dondolavano pigramente spinte da delicate folate di vento. Non c’erano soltanto migliaia – forse milioni, – di esemplari della fogliolina che Willhelm teneva sempre con sé nel taschino: c’erano lunghi e sottili fili d’erba, a volte brillanti di un verde rigoglioso, altre di uno spento giallo, trasformato in un giallo dorato nella nuova incarnazione in vetro che li aveva dato Willhelm. C’erano minuscole margherite, trifogli e denti di leone che, se calpestati o anche solo sfiorati, perdevano i loro petali producendo minuscoli scricchiolii cristallini che si disperdevano nell’aria aria profumata insieme ai loro petali.

Foglie e fiori di vetro si piegavano molli sotto i piedi o le mani, proprio come avrebbero fatto le loro controparti originali in fibra. C’erano intere distese e colline di quel giardino trasparente e scintillante, ma non si poteva osservare il paesaggio troppo a lungo: il sole si rifletteva, riempiendo il corpo vuoto di ogni fiore e filo d’erba di una luce la cui origine restava sconosciuta, dato che non c’era nessun sole a stagliarsi sopra il cielo azzurro e senza nuvole.

V. camminò, assaporando il contatto gelido di quel vetro morbido contro le caviglie. Non riusciva a credere che questo potesse venire dalla testa di Willhelm. Sentiva di avergli rubato qualcosa, invadendo il suo posto felice, il giardino dove probabilmente andava a rifugiarsi dopo ogni viaggio nelle foglie di Fathima. Doveva essere il posto dove tornava, ogni volta che le foglie finivano per negargli la visione di sua figlia.

Willhelm avrebbe sicuramente voluto essere lì, mentre stava probabilmente bruciando in mezzo alle fiamme, gracchiando il nome di Dominique, tra le lacrime.

«Se la caverà. Troverà il giardino, se la caverà…» bisbigliava a se stessa, proseguendo per i prati.

Dopo qualche minuto di camminata, vide il riflesso di una figura alta e larga stagliarsi contro il cielo, simile a una gigantesca tenda. Man mano che avanzava, la luce attorno la figura si dissolveva, rivelandone i rami spessi, parzialmente nascosti dietro una chioma di foglie che ricopriva l’albero come un velo logoro, poggiato sopra un vecchio mobile dimenticato.

V. si fermò ad ammirare a bocca aperta il gigantesco salice piangente di vetro davanti a lei. Decine di esplosioni di luce pulsavano contro il manto d’argento, percorso dal sole. Fece un altro passo, aprendosi un varco tra le foglie come attraverso una tendina di perle.

Una Stanza Grigia (redux): 05. La Stanza Grigia [Estratto]

finale

 

Un altro lampo invase la stanza, illuminando il piccolo libro sul comodino. Poggiò l’agendina sul materasso, nello spazio tra lei e Gustav. Prese il libricino, accarezzando la copertina di stoffa color crema. Una volta aperto il libro e sfogliata la prima pagina bianca, una frase scritta in caratteri neri dava il benvenuto al suo lettore tra i suoi Fratelli:

Per Fathima, Stanis e i tutti i miei Fratelli, presenti e futuri,

‘’Nessuna Bugia. Nessuna Paura.’’

Sfiorò la frase con i polpastrelli, come per assorbirla attraverso la pelle. Uno spiffero d’aria le accarezzò la nuca, portando con sé brividi gelidi e di nuovo quell’odore dolciastro di vaniglia che impregnava la hall, i corridoi e ogni centimetro di spazio vivibile dell’hotel. Cominciò a sentire la testa vuota, come piena di elio. Ogni oggetto nella stanza appariva più leggero, intangibile, come se stesse galleggiando via lontano da lei. Inès scosse la testa e chiuse gli occhi, sincronizzandosi con l’andamento pigro del materasso ad acqua e della lettura.

Apparve dal nulla senza dare indizio del suo arrivo, come una buona notizia a illuminare l’oscurità dei boschi. Mio padre mi aveva sempre avvertito: «non entrare nei boschi, non c’è niente di buono lì dentro, niente di buono per te.»

Chissà dove sarei adesso, se gli avessi dato ascolto.

Bastò un suo richiamo, un sussurro disciolto nell’afa notturna per ignorare ogni divieto e trascinarmi nel buio, dritto verso di lei. Man mano che avanzavo, il suo respiro cominciava a farsi più distinto in mezzo agli altri suoni sconosciuti che abitavano quel bosco, finché ogni suono non cominciò a prendere la forma del mio nome.

Ivar…

Ivar…

Arrivato ai margini della radura, scoprì che quel sussurro veniva da lei: una macchia bianca nel bosco, stesa in posizione fetale tra le edere, i rampicanti e le radici che le avevano dato la vita.

Non ebbi alcun timore, alcuna paura. Mi avvicinai a lei con la stessa sicurezza a cui mi sarei avvicinato alla moglie, l’amica, l’amante, la Sorella che sarebbe stata per me. Le radici strisciarono dolcemente lontane da lei, liberandola dalla loro stretta per sacrificarla nel mio abbraccio. Quel verde da cui mio padre mi aveva sempre intimato di stare alla larga mi aveva appena donato la loro figlia più preziosa. Nella stretta del suo abbraccio, nonostante la pioggia e l’umidità che penetrava nelle ossa, giurai di poter sentire il calore tenue della Luce che avrebbe donato a me e ai suoi Fratelli scaldare i suoi abiti,

Le scostai i capelli dal viso. Avvicinò le labbra al mio orecchio e pronunciò ancora una volta il mio nome.

«Ivar…»

La sua voce sapeva di edera e vaniglia. Quel sentore non mi avrebbe più abbandonato: avrebbe impegnato ogni stanza, ogni metro di strada che avrei percorso. Non struggetevi, se conoscete la fine di questa storia. Fathima non mi ha mai abbandonato e non ha mai abbandonato nemmeno voi, Fratelli miei. Da quando la nostra Sorella ci ha abbandonato per diventare finalmente Luce, l’odore di vaniglia nell’aria è il segno che la sua voce, la sua voce è ancora qui, in mezzo a noi.

Le vertigini si fecero insopportabili, così come la nausea che le stringeva la gola e lo stomaco.

‘’L’odore di vaniglia nell’aria era il segno che la sua voce era lì con me’’.

Quello stesso odore di vaniglia impregnava la sua camera da letto. Gli oggetti sembravano ancora troppo leggeri, troppo lontani. Guardò verso la finestra, convinta di vedere uno scenografico tuono squarciare la tranquillità, alimentare l’ansia prodotta da quello che le sembrava una storia di fantasmi.

Ultimo Trip: Capitolo 9 – Arto dopo Arto, Dente dopo Dente

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Estratto

La sala ristoro sembrava essersi ridotta nella mensa di qualche ridicolo parco a tema preistorico. Non vi si trovava alcuna traccia del prevedibile caos primordiale nella maniera in cui le piante avevano preso possesso di quell’area: i rampicanti pendevano pigramente dal soffitto in maniera ordinata, come le liane di una qualche scenografia esotica.

Foglioline verdi e petali bianchi erano sparpagliati sui lunghi tavoli di plastica grigi. Innocue e immobili, sembravano essere messe lì per puro e semplice abbellimento. Non c’era una goccia di sangue a sporcare la sala, non un arto mozzato; nessun corpo a parte uno, ancora vivo, seduto a testa bassa sul tavolo a mangiare quella che sembrava una zuppa. Nascosti nell’ombra, un’intricata ragnatela di corde sottili lo circondava, dando l’impressione di uscire direttamente da lui come i fili di un burattino.

Aveva lunghi capelli castani che teneva bassi sul volto, arrivando quasi a sfiorare la zuppa con le punte.

Continuava a bisbigliare qualcosa, interrompendosi solo per portarsi il cucchiaio alla bocca e risucchiare la zuppa. Le parole gli tremavano in bocca, come se le labbra fossero troppo affaticate per poterle pronunciare, sfruttando fino all’ultima goccia di fiato rimastagli nei polmoni.

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Piccola nota: del personaggio di Marco si è già parlato apertamente in ”Qualcosa è Andato Orribilmente Storto (Parte 1)” che potete leggere qui.