Ultimo Trip: Capitolo 13 – Ultimo Trip (Finale) [estratto]

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Estratto

Castelchiasso.

Adesso.

La chiesa distava a una decina di chilometri dall’hotel. Procedendo a velocità sostenuta, in meno di una decina di minuti sarebbe potuto arrivare lì, prendere Dominique, risalire in macchina e lasciarsi Castelchiasso, l’hotel, Ivar e tutti i Fratelli alle spalle, probabilmente per sempre. Forse era l’idea di lasciarsi tutto alle spalle che impediva Willhelm di superare i venti chilometri orari, procedendo quasi a passo d’uomo. Ricominciare di nuovo da capo, a quasi settant’anni, con tutti i ricordi dei trip delle ultime quarantotto ore ancora incisi nel cervello, proprio quando tutto sembrava finalmente concludersi una volta per tutte, proprio quando V. ha deciso di dirgli addio.

O, forse, stava facendo quello che avrebbe fatto qualunque altro uomo arrivato alla sua età, rallentare e guardare quello che gli passava accanto: tappeti di edere che avevano divorato i campi e il bosco, riducendolo a una sorta di spaventosa grotta di foglie e radici; tutte le camionette della polizia scaraventate nei fossi ai lati della strada, corpi dilaniati vestiti in assetto antisommossa che galleggiavano nelle acque fangose; manganelli, armi, sangue, materie grigie e intestini sparsi per la strada che lo costringevano a chiudere gli occhi e a stringere i denti ogni volta che ci passava sopra con le ruote. Usciti dalla stradina, una volta svoltato verso il centro del paese, il paesaggio non era troppo differente, c’era solo spazio per altra distruzione, altri corpi o resti da spargere uniformemente per l’asfalto, i cortili o appesi con pigrizia ai cancelletti.

La chiesa sembrava essere rimasta intatta dall’invasione strisciante di verde, svettando in mezzo al disastro con la sua faccia di pareti neri e la porta di legno lucida, come appena pulita. Parcheggiò, ridacchiando tra sé e sé per tutto il tempo che aveva impiegato a cercare un buon parcheggio in mezzo al paese deserto.

Nell’atrio spoglio non c’era l’odore della vaniglia, ma solo quello di sandalo e legno. Willhelm percorse la colonna vertebrale di panche vuote e polverose, lasciando che l’eco dei passi nel legno gli rimbombasse nei timpani. Il suono dei suoi mocassini sul pavimento lo disgustava, come se l’ambiente fosse saturo della sua presenza, l’unica persona ancora in grado di produrre qualunque rumore nel raggio di chilometri. Seguì le istruzioni di Inzani: spostò l’altare di legno lucido, rivelando una scala a pioli stretta che andava a sparire in una pozza di buio e ragnatele.

«Nessuna paura,» cominciò a sussurrare Willhelm, poggiando incerto il piede sul primo scalino.

«Nessuna paura. Nessuna paura.»

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