Ultimo Trip: 12. Controfigura (seconda parte) [Estratto]

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Estratto

Aiutare il prossimo vi farà solo sentire più soli, e chiunque vi abbia mai detto il contrario avrebbe benissimo beneficiato del mio intervento.

Dopo il mio incontro con Ivar, la stanza 213 era messa a completa disposizione di chiunque si ritrovasse ad affogare nelle proprie visioni.

Mostravano tutti una certa reticenza ad entrare: forse era per l’aspetto della stanza, più simile a uno scannatoio che a quello che doveva sembrare lo studio di una specie di psicologo; forse perché sembrava che la persona ad offrirsi a risolvere i loro problemi avesse ancora delle difficoltà a risolvere i propri e che non gli importasse niente di loro. Li facevo stendere sul letto, mentre io stavo vicino a loro, seduto sulla scricchiolante sedia di legno della scrivania.

Prima ancora di prendere le foglie, si sdraiavano e cominciavano a balbettare insicuri del più o del meno, facendo saltare gli tra le tende annerite e le macchie di muffa sul soffitto. Ridacchiavano e si torturavano le mani, rigirandosi le dita, massaggiandosi i polsi o strappandosi le pellicine. Nonostante il loro linguaggio corporeo, sembravano eccitati all’idea di affidare la loro vita nelle mie mani prima di rituffarsi nel vuoto. Non credo di averne mai capito davvero il motivo. Potrei paragonarla all’eccitazione di qualcuno pronto a rimuovere un grosso canco, ma non avrei comunque centrato il punto.

Non importavano le ragioni che mi portassero a scavare nelle loro visioni, che fosse per qualche tornaconto personale o per puro e semplice voyeurismo. Non gli importava che me ne stessi con le mani in mano in un angolo a guardare quando i loro papà usavano la cinghia contro le loro sorelle o fossero mie le braccia a stringere i loro corpi regrediti all’età infantile. I miei: «Va tutto bene,» sussurrati automaticamente dopo ogni viaggio erano semplici rumori di fondo nelle loro orecchie. Non facevo nulla per riempire il vuoto, non mi sono mai impegnato a farlo. La camera 213, per loro, era diventato un rifugio sicuro dove levarsi via ogni cosa e dissanguarsi, lontani da altri Fratelli, lontano da chiunque potesse provare un dolore maggiore del loro. Finalmente, dopo mesi dove gli altri Fratelli avevano soffocato ogni possibile slancio solipsistico con terapie di gruppo e lavoretti manuali, potevano riprendersi la loro tragedia e metterla al centro di ogni cosa.

Non sempre riuscivo a essere uno spettatore passivo delle loro visione. Qualche volta quel papà veniva picchiato, finché lo schioccare delle loro mandibole non diventava troppo reale per le mie nocche e per le loro orecchie. Altre volte avevo bisogno di sentire i loro polsi contro il palmo della mia mano, stretta intorno al loro braccio mentre li tiravo fuori dalle lamiere della macchina con cui avevano fatto quell’incidente orribile tanti anni fa. Non lo facevo per loro, ma solo e solamente per me. Perché a me importava.

M’importava quando mi accorgevo che erano tornati alla realtà e di quel loro brillare negli occhi quando vedevano che il loro salvatore era ancora lì, ancora reale, ancora con le nocche livide o le braccia graffiate. M’importava quando si gettavano tra le mie braccia e mi ringraziavano di averli salvati di nuovo, come avevo fatto la settimana prima e quella prima ancora e come sarei stato probabilmente pronto a fare quelle successive.

M’importava perché avevo fallito di nuovo, perché gli occhi che mi guardavano, le braccia che mi stringevano, i ringraziamenti e i pianti di sollievo non erano mai quelli di Dominique.

Un posto dove levarsi via ogni cosa a dissanguarsi e ogni volta, già. E ogni volta, alla fine di tutto, restavo io, da solo, a lavare via il sangue dal pavimento.

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