Una Stanza Grigia (redux): 05. La Stanza Grigia [Estratto]

finale

 

Un altro lampo invase la stanza, illuminando il piccolo libro sul comodino. Poggiò l’agendina sul materasso, nello spazio tra lei e Gustav. Prese il libricino, accarezzando la copertina di stoffa color crema. Una volta aperto il libro e sfogliata la prima pagina bianca, una frase scritta in caratteri neri dava il benvenuto al suo lettore tra i suoi Fratelli:

Per Fathima, Stanis e i tutti i miei Fratelli, presenti e futuri,

‘’Nessuna Bugia. Nessuna Paura.’’

Sfiorò la frase con i polpastrelli, come per assorbirla attraverso la pelle. Uno spiffero d’aria le accarezzò la nuca, portando con sé brividi gelidi e di nuovo quell’odore dolciastro di vaniglia che impregnava la hall, i corridoi e ogni centimetro di spazio vivibile dell’hotel. Cominciò a sentire la testa vuota, come piena di elio. Ogni oggetto nella stanza appariva più leggero, intangibile, come se stesse galleggiando via lontano da lei. Inès scosse la testa e chiuse gli occhi, sincronizzandosi con l’andamento pigro del materasso ad acqua e della lettura.

Apparve dal nulla senza dare indizio del suo arrivo, come una buona notizia a illuminare l’oscurità dei boschi. Mio padre mi aveva sempre avvertito: «non entrare nei boschi, non c’è niente di buono lì dentro, niente di buono per te.»

Chissà dove sarei adesso, se gli avessi dato ascolto.

Bastò un suo richiamo, un sussurro disciolto nell’afa notturna per ignorare ogni divieto e trascinarmi nel buio, dritto verso di lei. Man mano che avanzavo, il suo respiro cominciava a farsi più distinto in mezzo agli altri suoni sconosciuti che abitavano quel bosco, finché ogni suono non cominciò a prendere la forma del mio nome.

Ivar…

Ivar…

Arrivato ai margini della radura, scoprì che quel sussurro veniva da lei: una macchia bianca nel bosco, stesa in posizione fetale tra le edere, i rampicanti e le radici che le avevano dato la vita.

Non ebbi alcun timore, alcuna paura. Mi avvicinai a lei con la stessa sicurezza a cui mi sarei avvicinato alla moglie, l’amica, l’amante, la Sorella che sarebbe stata per me. Le radici strisciarono dolcemente lontane da lei, liberandola dalla loro stretta per sacrificarla nel mio abbraccio. Quel verde da cui mio padre mi aveva sempre intimato di stare alla larga mi aveva appena donato la loro figlia più preziosa. Nella stretta del suo abbraccio, nonostante la pioggia e l’umidità che penetrava nelle ossa, giurai di poter sentire il calore tenue della Luce che avrebbe donato a me e ai suoi Fratelli scaldare i suoi abiti,

Le scostai i capelli dal viso. Avvicinò le labbra al mio orecchio e pronunciò ancora una volta il mio nome.

«Ivar…»

La sua voce sapeva di edera e vaniglia. Quel sentore non mi avrebbe più abbandonato: avrebbe impegnato ogni stanza, ogni metro di strada che avrei percorso. Non struggetevi, se conoscete la fine di questa storia. Fathima non mi ha mai abbandonato e non ha mai abbandonato nemmeno voi, Fratelli miei. Da quando la nostra Sorella ci ha abbandonato per diventare finalmente Luce, l’odore di vaniglia nell’aria è il segno che la sua voce, la sua voce è ancora qui, in mezzo a noi.

Le vertigini si fecero insopportabili, così come la nausea che le stringeva la gola e lo stomaco.

‘’L’odore di vaniglia nell’aria era il segno che la sua voce era lì con me’’.

Quello stesso odore di vaniglia impregnava la sua camera da letto. Gli oggetti sembravano ancora troppo leggeri, troppo lontani. Guardò verso la finestra, convinta di vedere uno scenografico tuono squarciare la tranquillità, alimentare l’ansia prodotta da quello che le sembrava una storia di fantasmi.

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