Ultimo Trip: 10. Il Giardino di Vetro [Estratto]

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Vagò per quello che le sembrava un tempo infinito, con il fucile in una mano e l’altra a schermarsi gli occhi dal bagliore accecante che l’aveva inghiottita non appena ebbe calcato il primo passo fuori dalla sala ristoro in fiamme.

Willhelm se la caverà, pensava. Sarebbe rinsavito, avrebbe trovato la porta aperta, esattamente come l’aveva lasciata e l’avrebbe raggiunta in un attimo. Erano ancora connessi. La sua visione era quella di Willhelm e viceversa. Non l’aveva abbandonato, gli aveva solo lasciato un momento per sé, uno spazio per poter soffrire in pace, assorbire la notizia, realizzare che per quasi trent’anni gli avessero fatto credere che la loro bambina non c’era più. Se si trovava ancora lì, allora voleva dire che Willhelm era ancora vivo. O forse… forse la Luce era davvero arrivata. Forse aveva ragione ad avere fede. Forse non era tutto una bugia.

Ma quelli come te non bruciano mai…

Una parte di lei pensava che non doveva sentirsi in colpa per lui. Forse era quello che Fathima aveva sempre avuto in serbo per lui. Se ogni donna reale o immaginaria nella vita di Willhelm si fosse palesata, in quel momento, l’avrebbe inseguita a stringerle la mano e complimentarsi per essere riuscita a fare quello che per anni loro gli avevano potuto solo augurare. Tutte, forse, tranne una…

La luce cominciò a diradarsi. Gli occhi di V. si aprirono pian piano fino a spalancarsi di colpo: prima sollevati, poi affascinati alla vista di quello che si trovavano davanti.

Intere distese di prati di vetro color verde e bianco dondolavano pigramente spinte da delicate folate di vento. Non c’erano soltanto migliaia – forse milioni, – di esemplari della fogliolina che Willhelm teneva sempre con sé nel taschino: c’erano lunghi e sottili fili d’erba, a volte brillanti di un verde rigoglioso, altre di uno spento giallo, trasformato in un giallo dorato nella nuova incarnazione in vetro che li aveva dato Willhelm. C’erano minuscole margherite, trifogli e denti di leone che, se calpestati o anche solo sfiorati, perdevano i loro petali producendo minuscoli scricchiolii cristallini che si disperdevano nell’aria aria profumata insieme ai loro petali.

Foglie e fiori di vetro si piegavano molli sotto i piedi o le mani, proprio come avrebbero fatto le loro controparti originali in fibra. C’erano intere distese e colline di quel giardino trasparente e scintillante, ma non si poteva osservare il paesaggio troppo a lungo: il sole si rifletteva, riempiendo il corpo vuoto di ogni fiore e filo d’erba di una luce la cui origine restava sconosciuta, dato che non c’era nessun sole a stagliarsi sopra il cielo azzurro e senza nuvole.

V. camminò, assaporando il contatto gelido di quel vetro morbido contro le caviglie. Non riusciva a credere che questo potesse venire dalla testa di Willhelm. Sentiva di avergli rubato qualcosa, invadendo il suo posto felice, il giardino dove probabilmente andava a rifugiarsi dopo ogni viaggio nelle foglie di Fathima. Doveva essere il posto dove tornava, ogni volta che le foglie finivano per negargli la visione di sua figlia.

Willhelm avrebbe sicuramente voluto essere lì, mentre stava probabilmente bruciando in mezzo alle fiamme, gracchiando il nome di Dominique, tra le lacrime.

«Se la caverà. Troverà il giardino, se la caverà…» bisbigliava a se stessa, proseguendo per i prati.

Dopo qualche minuto di camminata, vide il riflesso di una figura alta e larga stagliarsi contro il cielo, simile a una gigantesca tenda. Man mano che avanzava, la luce attorno la figura si dissolveva, rivelandone i rami spessi, parzialmente nascosti dietro una chioma di foglie che ricopriva l’albero come un velo logoro, poggiato sopra un vecchio mobile dimenticato.

V. si fermò ad ammirare a bocca aperta il gigantesco salice piangente di vetro davanti a lei. Decine di esplosioni di luce pulsavano contro il manto d’argento, percorso dal sole. Fece un altro passo, aprendosi un varco tra le foglie come attraverso una tendina di perle.

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