Stanza Grigia (Redux): 03. Giochi di Coppia

finale

 

Estratto:

 

Giorno 2

Uno strllare denso di fiati la risvegliò, vibrando dentro di lei dalla gola fino allo stomaco. Poi, la voce di Celentano entrò, fendendo i fiati come burro fuso, insieme all’illusione di essere ancora immersa in un sogno.

Il lato del letto di Gustav era vuoto. Inès accarezzò la parte di coperta intatta, man mano l’effetto dello Xanax svaniva e rivelava la nostalgia del dopo risveglio.

Si alzò, mugolando per il dolore alla testa e la confusione, e uscì barcollando dalla stanza.

Entrata nella sala, rimase a osservare intontita il vecchio mangianastri incastonato nella spessa mensola del caminetto. Si avvicinò a esaminare quell’oggetto nuovo, con la testa ancora ridotta a un fitto groviglio di cavi arrugginiti.

Il tavolo era ricoperto da una tovaglia di fogli di carta appallottolati, sotto cui s’intravedevano ancora la sceneggiatura dello spettacolo, un blocco note riempito dagli scarabocchi di Gustav e una busta di carta bianca. Aprì la busta e un sorriso stanco le si disegnò pigramente sul viso.

Tirò fuori una delle brioche all’interno e l’aprì, facendo fuoriuscire la crema di latte al suo interno.

Girò intorno al tavolo e aprì alcune delle pallottole di carta per vedere a cosa Gustav avesse lavorato tutto quel tempo.

C’erano solo stralci di dialoghi e versi di poesie slegati tra di loro, incomprensibili.

Aprì il blocco note, masticando un altro boccone di brioche, e lesse la prima pagina. C’erano scritti solo pochi versi, segnati a matita e con la solita calligrafia disordinata, scritti come se andasse di fretta:

Il mio cuore è come una stanza grigia,

dove giriamo intorno e ci perdiamo

confondendoci stanchi tra le pareti.

Uno strano senso di disagio l’assalì. Non doveva parlare necessariamente di loro, pensò. Potevano riferirsi a una storia nuova, o una nuova linea di dialogo per lo spettacolo. Rilesse quei versi altre due, tre volte. Mangiò un altro boccone e il sorriso, prima stanco, prese un contorno più definito.

«Gusti…?», chiamò con la voce frizzante, ancora leggermente appesantita dal sonno. «Amore…?».

La canzone finì, e lo scrosciare dell’acqua si levò tra le note che morivano in dissolvenza.

La confusione e l’intontimento da farmaci la portò a provare la prima porta sulla sinistra. Girò il pomello un paio di volte, senza risultato. Si piegò sulla ginocchia e avvicinò l’occhio al buco della serratura.

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