Stanza Grigia (redux). 04. Mezza Giornata nella Vita di Boris (estratto)

finale

 

Estratto:

Milano.

Adesso.

Boris trascinò la sedia fino in cucina, con la donna ancora legata sopra. Era riuscito a immobilizzarla con vestiti e asciugamani di fortuna rubati alla cieca dalla cassettiera in salone e una decina di giri di nastro adesivo per i polsi e le caviglie. Un paio di calzini appallottolati e un altro paio di giri di nastro adesivo intorno alla bocca dovevano essere sufficienti a tenerla calma per parte della telefonata.

Non appena arrivò in cucina, la donna riprese a mugolare disperata e a dondolarsi sulla sedia, mentre Boris girava in tondo per la cucina, con la faccia tesa e i denti stretti come per cercare di sputare via una buona idea dalla gola. Alla fine, l’idea arrivò. Corse in salone, mentre la donna continuava a saltellare sulla sedia, cercando di liberarsi e urlare. Dal salone, come una cannonata, arrivarono annunci di televendite e applausi da talk show sparati a tutto volume dal televisore. Boris tornò di corsa, dritto verso di lei, le mise la mano libera dalla pistola contro la bocca e le saltò in grembo.

«E smettila di urlare. Per favore…» disse, ringhiando ringhiando a denti stretti, cercando di placare il tremolio alle mani e alle labbra. «Non possono andarmene e lasciarti qui così, lo capisci? Ormai ho fatto il danno, va bene? Tanto vale calmarsi un po’, no? Godersi il tempo…» La donna cominciò a calmarsi, con somma sorpresa di Boris. Gli occhi grandi e lattiginosi si riempirono di lacrime, mentre le lacrime si misero a colare lungo le guance molli e arrossate. Era una donna che doveva aver di gran lunga superato la mezz’età, probabilmente in pensione. Quell’appartamentino non era di qualcuno che avesse famiglia, tantomeno di qualcuno che aspettasse visite. Tarchiata e sformata, l’aveva trovata a camminare goffa per la cucina, infilata in un lungo pigiama bianco con orsetti a casette ricamate sul tessuto, quando aveva fatto irruzione da lei. La solitudine doveva farsi sentire, tra un programma televisivo e l’altro, tra piatti cucinati in teglie troppo grandi per una persona. Boris strizzò gli occhi e scosse la testa per scacciare via qualunque indizio dell’umanità della persona su cui stava seduto in grembo.

«Sono mortificato, davvero,» disse, sinceramente combattuto. «Non è… è la prima volta per me. Non l’ho mai fatto in vita mia. Mi occupo del contrario, di solito.» Strizzò gli occhi e scosse la testa, di colpo, come colpito da un’emicrania, e, con la canna della pistola appoggiata alla fronte, bisbigliò: «Parli troppo. Fallo e basta.» La donna prese a ululare tra le lacrime e a battere i piedi, come una bambina.

«No, no, la prego, non faccia così. Colpa mia. Parlo da solo e anche a vanvera, tra l’altro. Non voglio spaventarla. È che non posso farmi trovare impreparato, capisce? Devo fare una cosa ‘’importante’’ e ho un assoluto bisogno di lei, in questo momento. Potrebbe davvero aiutare un suo pari, in questo momento,» la donna continuò a divincolarsi tra i vestiti e gli asciugamani che la tenevano legata.

«Ecco, ad esempio, se la persona da cui sto davvero andando facesse così non saprei… non saprei bene che cosa fare e tutto andrebbe a farsi fottere,» girò la testa e guardò la piccola cucina. «Non ha fatto niente di male per meritarti questo, davvero. Non ho nulla contro di lei. Era solo il primo appartamento che ho trovato. La donna lanciò un ululato di dolore, cancellato dalla musica e gli annunci delle televendite. «Ho una mezza idea di cosa le stia passando per la testa, adesso, e voglio mettere le cose in chiaro: lei non è una persona stupida. Non voglio che si senta così o qualche altra idiozia. Chiunque nella sua fascia d’età avrebbe aperto, glielo assicuro. Vi fidate di noi e fate bene, in linea di massima. Per me il tesserino non conta più, ma immagino che per voi valga il mondo. Certo, non lo sapete ancora, non lo sapete… ci sono altre cose contano.» La donna smise di battere di piedi. Lasciò cadere la testa in giù, rassegnata. Il suo pianto si fece più languido, arreso. Boris cominciò a guardarsi attorno e a sfregarsi le guance, incapace di contenere il disagio. «Dopo andrà tutto bene. Non le addolcisco la pillola, non parlo di al di là o della fine del dolore. Lo dico con cognizione di causa. Tutto andrà molto meglio: per me, per lei, probabilmente anche per gli studenti al piano di sotto che non le danno tregua.» La donna non sembrava né sollevata, né interessata dalle scuse di Boris. «Sa, ho incontrato un gruppo di persone,» continuò lui, cercando di mantenere un sorriso amichevole e rassicurante. «In un momento molto difficile della mia vita. Hanno una visione molto chiara del futuro, del futuro di tutti , di ogni cosa, e sono stati così generosi da condividerla con me, oltre che a salvarmi da me stesso.» Alzò i polsi a mostrarle le cicatrici, sorridendole. La testa della donna era ancora piegata in giù. Il sorriso di Boris si spense e ritornò tutto il disagio. «Che questo fosse successo adesso o tra cinque giorni… non avrebbe fatto alcuna differenza. Dico sul serio. Inganniamo il tempo, aspettiamo qualcosa di grande, più grande di noi, che ci metta al centro di qualcosa, e quando questa arriva noi, ci troviamo completamente impreparati. Io non lo sarò. Lei non lo sarà. E, forse, lei è pure la più fortunata di tutte. Non è stanca di essere continuamente distratta da cose che contano meno di chiunque e qualunque altra cosa?»

La donna continuava a piangere, con le grosse spalle che sussultavano e le lacrime che cadevano in goccioloni, bagnandole il grembiule.

«E va bene,» urlò Boris, alzandosi da lei. «Ho fatto una stronzata, va bene? Non ne prendo una. Non ne prendo una giusta. Forse posso sbagliare e basta, lo pensi anche tu?»

(Piccolo incidente di percorso. Questo video è un breve riassunto degli ultimi dieci giorni)

Prossima Settimana:

Una Stanza Grigia (redux): 02. Primo Sangue

Tra due Settimane

Ultimo Trip: 08. ”Senza Titolo”

 

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