Ultimo Trip: Capitolo 5 – Peep Show (Parte 1)

Le voci si accavallavano l’una sull’altra, strato su strato, ingarbugliandosi e strozzandosi fino a creare una matassa caotica di bisbigli e sussurri.

«Guarda come si è fatto vecchio.»

«Non che fosse questa bellezza, prima…»

«Maiale. Schifoso, fetido maiale. Cos’ha fatto a quella povera bambina…?»

«Dicono che adesso è rimasta paralizzata. Un vegetale. Quant’era meglio che morisse, povera cara…»

«Me lo ricordavo più grande, anzi, più grosso…»

«È che fa freddo…»

«Zitta. Smettila di difenderlo o ti facciamo cacciare!»

Sentiva il pavimento freddo e scivoloso sotto le piante dei piedi. In mezzo a quel gelo, l’odore dolciastro del profumo da donna, dei rossetti e dei lucidalabbra era perfino più penetrante, abbastanza da dargli la nausea.

Due paia di mani lo trascinavano, affondando la punta delle unghie lunghe e appena limate nella carne delle braccia e delle spalle. Con la testa ancora infilata nel cappuccio rosso, Strauss continuava a guardarsi intorno, disorientato, mugolando il nome di V.

Cercava di distinguere e isolare ciascuna di quelle voci che gli piovevano addosso. Alcune erano dolci, materne, abbastanza da fargli perdere un paio di battiti in petto e riempirlo di un’eccitazione decisamente fuori luogo. Altre, invece, erano tra quelle che sperava di non dover sentire più fino alla fine dei suoi giorni.

«In ginocchio!» dissero all’unisono due voci femminili alle sue spalle, con fare autoritario.

Senza dargli tempo di eseguire l’ordine, le mani strisciarono lungo le braccia fino alle spalle e lo spinsero giù.

Appena levato il cappuccio, Willhelm venne investito da una luce bianca, affilata. Nella confusione che gli si era mescolata in testa, si convinse che il Mondo Nuovo era arrivato in anticipo e lui, come per regola, era ancora troppo indietro sulla tabella di marcia.

«Non sono pronto. Non sono pronto, non ancora,» balbettò impaurito.

Poi, il bianco si diradò, svelando la corte del tribunale.

Era un’aula circolare, simile a un’arena, interamente ricoperta da marmo bianco, tanto puro e scintillante da sembrare avorio. Due lunghe file di spalti erano stati scavati all’interno dei muri, e ciascuno di questi era gremito di donne, bambine e vecchie che si accalcavano per poterlo vedere meglio e ingiuriarlo. Di alcune poteva indovinarne il nome, la provenienza e addirittura distinguerne il profumo in mezzo alla nube che invadeva l’aula. Altri visi, invece, non erano che macchioline scure perse tra i ricordi. Le donne della sua infanzia e dell’adolescenza indossavano ancora i vestiti con cui le ricordava. Le ammiratrici degli anni settanta indossavano ancora i pantaloni a zampa, le bandane e le coroncine di fiori. Quelle degli anni ottanta portavano ancora chili di trucco sulla faccia e i capelli cotonati. Le bambine delle medie e delle elementari non erano mai cresciute, le maestre e le mamme dei suoi amichetti erano ancora vive e ancora nei loro cinquanta.

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