[Fuori dallo Zeitgeist Hotel] “Il Ponte” (estratto)

IL PONTE

Quella che segue è la trascrizione fedele degli appunti della dott.ssa Diana Coruzzi, che sarebbero serviti da bozza preliminare per la sua raccolta di memorie “Frammenti di Benin”.

Il taccuino è stato recuperato in seguito al ritrovamento di una fossa comune poco distante dal fiume katsiné, in cui sono stati sepolti centinaia di teschi appartenenti agli abitanti del villaggio di ******, vittime dei “massacri di Natitingou” del 1977.

 

Queste pagine sono dedicate alla sua memoria.

 

Giorno 1

Inizio qui le mie memorie delle mie esperienza a Natitingou, nel dipartimento di Atakora, a Benin.

Ora come ora, forse per il lungo viaggio, forse per le mie scarse abilità da scrittrice, non riesco a trovare le parole giuste per descrivere in maniera semplice e chiara come mi senta.

Appena scesa dall’aereo ho provato un fortissimo senso di vertigine che non mi ha più mollato fino a quando non ho scaricato i bagagli sul letto; anzi, questa vertigine andata intensificandosi man mano che passavamo in rassegna le bellezze di Benin a bordo della jeep che è venuta a prelevarmi in aeroporto.

Abbiamo tagliato per la città brulicante di gente nella mattina del mercato e poi siamo attraverso la savana che separa la città dal villaggio dove presterò soccorso.

Dall’abitacolo della jeep, ogni piccolezza che ci sfrecciava davanti mi pareva qualcosa di nuovo, inspiegabile e meraviglioso:

Le bancarelle di metallo tenute su da materiali di fortuna, le donne, con i loro lunghi vestiti variopinti che tenevano in equilibrio sulla testa i cesti carichi di frutta e stoffe, i bambini che sfrecciavano in bicicletta facendo zig-zag tra la gente, la polvere che saliva dalla terra battuta percossa dai sandali e dai piedi scalzi… Dio, quanto avrei voluto fermarmi e girare tra la gente in quel momento, ma ho ancora un sacco di tempo da passare qui, sono sicura che mi rifarò presto.

Arrivati nella savana, siamo passati vicino alle grandi cascate di Tanougou e Kota, e poi dai castelli di fango di Dita-Mari, così affascinanti e maestose nella loro primitività.

La vertigine ha raggiunto il suo culmine quando siamo arrivati nel villaggio in cui dovrò prestare soccorso.

Dopo essere scesa e aver mosso i miei primi passi nel villaggio di ******, ho capito perché la testa mi girasse così tanto: Dopo tutto il tempo passato a guardare documentari e a sfogliare libri sull’Africa Nera, sulle tribù che la popolano , le savane sconfinate e le grandi cascate, l’idea di poter esplorare quei luoghi camminando sulle mie gambe non mi pareva nulla più che una semplice fantasia.

Mi sono sentita come se mi fossi tuffata nello schermo del televisore per fare liberamente due passi in quegli ambienti aridi e secchi, scavalcando ogni legge della fisica, ogni barriera.

Adesso sono qui, dove la natura selvaggia esplode e rivela se stessa davanti ai miei occhi, immersa in questa magia che per questa tribù è semplice quotidianità.

Devo ammettere che quello che mi sono trovata di fronte appena scesa dalla jeep non era esattamente simile a quello che vedevo nei documentari.

Mi aspettavo (ingenuamente, per la mia sola volontà di perpetrare uno stupido stereotipo televisivo) di ritrovarmi circondata da un gruppo di bambini incuriositi dall’arrivo di questo nuovo membro del villaggio, affascinati dal mio abbigliamento, dai miei occhiali di sole e alle mie valige, ma niente di tutto questo è successo.

Le madri hanno richiamato indietro i bambini prima ancora che potessero raggiungermi, stringendoli a loro mentre mi rivolgevano uno sguardo diffidente e impaurito. Qualche bimbo indisciplinato si prese addirittura una sberla sulla testa per aver cercato di liberarsi dalla stretta della madre per correre verso di me e l’autista.

Il villaggio sembrò  essersi fermato di colpo, in quel momento. Chi si stava muovendo tranquillamente verso la sua capanna, o chi stava portando lunghe assi di legno o secchi d’alluminio per i lavori quotidiani, si era fermato a guardarci a bocca semiaperta, come se si fosse trovati davanti chissà quale curiosa stranezza.

In tutto questo, io sorrisi e feci timidamente ‘ciao’ con la mano, ma ciò non fece che portare le madri ad assicurare la presa sui loro bambini.

Sono stata avvertita della tensione che serpeggia tra la gente, ancora scossa dallo straripamento del fiume Kitsuné, che separa il villaggio di ******* da quello di ****.

L’inondazione è stata interpretata come una sorta di maledizione lanciata dagli abitanti di **** ai danni della popolazione di ******, in perenne conflitto per cause che paiono ormai essersi dimenticate nell’avanzare dei secoli. L’odio tra i due villaggi si è radicato al punto di essere trasmesso di padre in figlio come una comune caratteristica naturale, non troppo diverso dall’aver ereditato il colore degli occhi o una particolare forma del viso.

L’autista prese i miei bagagli mi accompagnò verso il mio “alloggio”.

Sotto il caldo cocente del pomeriggio, ci siamo fatti strada facendo slalom tra le varie capanne di forma circolare, con i tetti costruiti con rami e foglie.

Camminando, accarezzai i muri di ogni abitazione, giusto per provarmi che era tutto vero, che non stavo sognando.

La mia è l’ultima capanna del villaggio, poco distante dai muri in pietra e mattoni che separa il villaggio dalla terra selvaggia.

È arredata in maniera molto “spartana”, ma me la faccio andare bene.

C’è il necessario: un materasso che, anche se lercio è pur sempre un materasso, una scrivania in legno scricchiolante e gonfio per l’umidità, piazzata esattamente sotto una deliziosa finestrella ad arco che mi dà una visuale completa del villaggio.

Non mi posso lamentare, anzi, la prendo come una sfida al mio spirito d’adattamento.

Persi nel caos e nella frenesia della società moderna, producendo bisogni su bisogni, impegnati a miniaturizzare e velocizzare ogni cosa, ci dimentichiamo di quanto poco ci basti in realtà per vivere.

Sono a pezzi, ormai. Le righe che ho appena scritto si sdoppiano e il mio polso implora pietà. Mi conviene riposarmi. Domani è il mio primo giorno da volontaria: Ci sono mamme da aiutare e bambini che aspettano soltanto me per nascere.

Il sole sta tramontando in questo momento. Non ho mai visto un sole così grande. Cala così lentamente che sembra sciogliersi sulla linea dell’orizzonte.

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