Stanza Grigia: Capitolo 11 – Un giorno rideremo di tutto questo [Capitolo completo]

finale

 

Estratto

Giorno 4

 

«Lo sai quanto odio dovertelo dire…»

Inès strizzò gli occhi, e abbassò la testa, strisciando contro il muro fin dove le era permesso, lontano da quell’angolo di buio da dove proveniva la voce. Le catene ticchettavano contro il muro come denti frustati dal gelo, sollevando polvere fredda e il dolce e delicato sentore di vaniglia. Cercava di divincolarsi meglio che poteva, nonostante cominciasse a sentire le spalle uscirle dal corpo e i muscoli del collo tesi e in fiamme. Il dolore poteva essere insopportabile, certo, ma mai quanto sentire la voce di Mariù che la rimproverava dall’oltretomba.

«Odio farlo, ma te lo dirò lo stesso.»

«No. Zitta. Zitta…»

«Te lo dirò perché fai sempre lo stesso, stronzo errore. Fattelo dire, Inès…»

«Stai zitta, ti ho detto. Ti prego…» la voce di Inès si spezzò e si arrese, lasciandosi cadere, appesa alle catene come un burattino ai suoi fili.

«Te lo avevo detto…»

 

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Stanza Grigia (Redux): Prima stanzetta: Isole e arcipelaghi + Capitolo 0 – Una buona abitudine

finale

 

Estratto I (da ”Isole e arcipelaghi”)

Il suo passo s’interruppe di colpo e Mariù cadde all’indietro sul pavimento, spinta indietro da quella che le sembrava un muro. Si levò i capelli dalla faccia e si paralizzò. Trovò Virginia; almeno, quella che fino a qualche secondo prima credeva di conoscere come Virginia. Era seduta a terra nella stessa posizione e mostrando la stessa faccia confusa e privata dal sonno. Era la prima volta che la vedeva allo scoperto, senza quel gigantesco séparé che la divideva dai suoi pazienti durante le sedute di terapia. Quella non era la faccia che si era immaginata. Quella non era la donna che…

«Facciamo così,» disse quella che una volta era Virginia, raccogliendo la pistola e le decine di foto di Willhelm Strauss che si erano sparse per terra nello scontro. «Io non ho visto te, e tu non hai visto me.»

Mariù fece cenno di sì con la testa, tenendo gli occhi sbarrati, ancora confusa dal nuovo suono della sua voce, ruvida, virile e profonda.

Mariù si alzò di scatto e corse per le scale. L’incontro con Virginia le rubò due preziosissimi minuti di quello che era rimasto della sua vita.

 

Estratto II (da ”Una buona abitudine”)

 

Inès si allontana di un passo, sempre tenendolo per le mani. Poi si stacca dolcemente da lui e si appoggia al lavandino. Lo osserva.

INÈS

Pensi che sia diventata un’abitudine?

GUSTAV

Che vuoi dire?

INÈS

Qualcosa che c’è sempre, che fa parte della giornata, come il caffè o aprire la mail.

GUSTAV

Tutte buone abitudini, no?

Inès abbassa la testa. Sbuffa, sommessamente. Gustav si avvicina ad Inès fino a schiacciarsi contro di lei. Le avvolge le mani intorno ai polsi e avvicina il viso al suo.

Amo le mi abitudini, mi tengono in vita, come il caffè. E nella mia lista delle priorità, sfiorarti, baciarti, sentire la tua voce, viene prima del primo sorso di caffè.

Inès abbassa la testa e poi la rialza di colpo, incontrando il suo sguardo.

INÈS, sconsolata.

Hai già preso tre caffè, oggi…

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Prima Stanzetta – Isole e arcipelaghi (PDF/ePub)

Capitolo 0 – Una buona abitudine (PDF/ePub)

(i capitoli si collocano prima di Capitolo 1 – Ballo per due)

 

Stanza Grigia: 12. ”Una scintilla mi ha detto” (Estratto)

finale

 

Non esiste buio che non si possa penetrare: questa è la prima cosa che ti insegnano i Fratelli quando decidi di seguire i loro passi e intraprendere il loro cammino.

Parte del nostro ”addestramento” verso la Luce consiste nel venire rinchiusi in stanze buie, con le finestre chiuse con assi di legno inchiodate in modo tale da lasciare a malapena lo spazio necessario alla luce del sole per lacerare il buio nella stanza, così da aiutare i nostri occhi ad abituarsi all’oscurità. Poi, le stanze diventano armadi e poi diventano casse di legno. Alla fine, finiamo per non aver più paura del buio; i nostri occhi non vedono più come un’assenza di luce, ma semplicemente un normale stato delle cose. È così che iniziamo a liberarci di ogni paura.

Questo non vale per quello che chiamano ”L’altra parte”.

Non credo conoscerò mai più un’oscurità simile, nemmeno dopo la morte. Sembrava tanto denso e palpabile da strisciarti attraverso le narici, riempiendoti la testa e i polmoni di un’assenza tanto insostenibile da spezzarti il cranio. L’unica cosa a dirmi che ero ancora vivo era il caldo soffocante e appiccicoso che si respirava là dentro. Mi levai la giacca e aprì un paio di bottoni della camicia, guardandomi intorno, perso nel nulla.

Continuavo a camminare, pestando quello che mi sembrava un terreno umido e fangoso, da cui arrivava il tanfo marcio e dolciastro che si poteva respirare in un mattatoio. Avanzavo con le braccia tese, accarezzando e tastando pareti umide, viscide. Continuai a camminare nel buio, speranzoso di trovare un’uscita, anche un solo un minuscolo bagliore bianco che mi quidasse, finché non sentì il fango gemere sotto la mia scarpa.

Mi fermai con un piede ancora a mezz’aria, alzato a poco meno di un dito da terra. Quando mi appoggiai, qualcosa nel terreno scricchiolò, facendo lancio un lamento di dolore, debole e strisciante, che vibrò dalla punta della scarpa fino al tallone.

Infilai la mano nella tasca della giacca, ringraziando che lo Zippo fosse sopravvissuto alla caduta. Con la mano tremante, alzai il cappuccio dell’accendino, girai la mina, sforzandomi di tenere fermo il pollice. La fiamma si alzò e il cerchiò di luce si diradò intorno a me.

Alzai il piede. Trovai una bocca grigia e torta che mi mostrava i suoi denti gialli e scheggiati. Le labbra, spaccate e rigate di croste di sangue scuro, tremavano fino a tenersi per modulare un grido silenzioso, più simile a uno stridio metallico. Indietreggiai e sentì spezzarsi sotto il tallone quello che mi sembrava essere un ramo grosso e robusto. Questa volta, alzando la scarpa, trovai un naso spezzato che pulsava sotto il sangue fresco che usciva a fiotti dalle narici agitate. Alzai il braccio e illuminai l’ambiente circostante.

Trovai centinaia di copie intere o spezzate del viso di Mariù, cucite l’una all’altra come lenzuola rattoppate per formare il terreno su cui camminavo e le pareti che mi circondavano. Ogni bocca si torceva agonizzante, alcune cercavano di urlare, altre di incanalare tutta l’aria calda e putrida che riempiva lo spazio in cui eravamo rinchiusi. Grappoli di occhi gialli e venati di nero si aprivano e si chiudevano, fissandomi terrorizzati e rabbiosi, seguendo con le pupille spezzate ogni mio movimento, cercando il mio sguardo. Quello che credevo essere fango era sangue scuro e denso che fuori usciva dalle spaccature provocate dai miei passi. Ripensai alla sensazione di quelle pareti sotto i miei polpastrelli. La sua pelle, grigia e porosa, era ruvida e secca come corteccia, lasciandomi sui polpastrelli una patina vischiosa e trasparente.

Caddi in ginocchio, spezzando gli zigomi di un gruppo di quei visi nell’impatto. La terra tremò sotto le mie gambe e la gola si mozzo, stretta in un pianto che si intrecciava stretto con l’urlo disperato che minacciava di farmi esplodere gli occhi da un momento all’altro. Provai a sussurrare il suo nome, ma ne uscì soltanto un gracchiare indistinto, come se il mio corpo si rifiutasse di riconoscere Mariù in mezzo a quel mare di visi. Solo due parole riuscirono a scivolare fuori dalla mia bocca.

«Mi dispiace,» dissi, rantolando. «Mi dispiace tanto.»

Le facce mi risposero e i loro sussurri suonarono come un vecchio scheletro che strisciava contro la terra secca e granulose.

«Via… da qui…» mi dicevano. «Via… da qui…»

«Non posso farlo,» dissi, senza pensare, senza sapere se fosse la verità, senza sapere se fosse la paura o il disgusto a farmi parlare. «Non posso farlo, non…»

 

Questo è il terzo estratto di un capitolo di più o meno quaranta pagine che dovrebbe essere una sorta di racconto nel racconto. C’è ancora un sacco di roba lì dentro 🙂

Stanza Grigia: 12. ”Una Scintilla me lo ha detto…” [Estratto]

finale

 

Estratto

BORIS

Il posto si chiamava Castechiasso, una microscopica crosta di cemento e campi coltivati incastrata in mezzo alla pianura. La voce al telefono mi aveva mandato la posizione dell’hotel dove aveva alloggiato in quei due anni in cui ci siamo separati.

«E con… e con chi era? Era lì con qualcuno?»

Perfino dalla cornetta potevo sentirla sorridere, quella voce.

«Era con i suoi Fratelli,» mi rispose la donna, serena, incantata. «E le sue sorelle.»

Percorrendo quella stradina di terra battuta in mezzo alla campagna, temetti di essermi perso. Mi convinsi in fretta che tutto fosse uno stupido, crudele scherzo telefonico, finché non vidi l’hotel emergere in fondo alla strada.

Senti i muscoli congelarsi alla sua vista. Pareva un tipico albergo di campagna, con i muri ocra, il tetto rosso e tutta l’aria rustica che si portava appresso; il problema erano tutti quei rampicanti che la coprivano. L’hotel sembrava una carcassa arresasi alla vegetazione la divorava lentamente, come un topolino nella bocca di un serpente. M’irrigidì ancora di più quando vidi il bosco alla mia destra e il vasto campo arato che lo separava dall’hotel. Tutto sembrava trovarsi fuori posto, come se la natura avesse perso totalmente il controllo di sé, affetta da una schizofrenia incurabile, imprevedibile e fuori controllo.

Parcheggiai davanti l’hotel ed entrai. L’atrio era pregno di quell’odore di vaniglia che Mariù spargeva per la casa. Sentì un calore riempirmi il petto e strinsi i denti per impedirmi di piangere, commosso dall’avere finalmente ritrovato quell’odore che non dovevo più cercare e ricostruire tra i ricordi.

Inzani se ne stava nella posizione in cui l’avrei visto negli anni avvenire: piegato sul bancone, con una mano a tenersi la testa mentre l’altra compilava pigramente il cruciverba.

Seguì le istruzioni alla lettera e dissi:

«Cerco Virginia.»

«Virginia chi?» mi chiese Inzani, senza alzare gli occhi dal cruciverba.

Tirai fuori il tesserino da Carabiniere dalla tasca. Inzani alzò gli occhi e fissò le mie generalità, scocciato.

«Ora che conosciamo il suo nome,» disse. «Potrebbe dirmi qual è la Virginia che cerca?»

Rimisi il tesserino in tasca, imbarazzato, poi mi ricordai di un’altra istruzione che mi aveva dato.

«V.» dissi, sicuro. «Cerco la signorina V.»

Inzani si alzò dalla sua posizione, ridacchiando.

«”Signorina”, certo…» disse, alzando la cornetta del telefono. «Attenda solo un momento.»

 

(un po’ in ritardo, ma ci arriviamo… )

Stanza Grigia (Redux): Capitolo 11 – Un Giorno Rideremo di Tutto Questo (Parte 1) [Capitolo Completo]

finale

 

Estratto

«So che non mi crederai,» disse Boris. «Ma questo dolore avrà un senso. È la tua crisalide prima di trasformarti in Ninfa. Quasi ti invidio.»

Per tutto il tempo, Boris parlò come ipnotizzato dalle goccioline di sangue che colavano dal gomito di Inès, riempiendo il bicchiere goccia dopo goccia. Prese un sacchetto di plastica dalla scatoletta piena di foglioline scure ed essiccate. Cominciò ad arrotolarle una ad una.

«Ti avevo detto che bisognava seguire un certo percorso prima di poter provare le foglie, ma penso che in queste ore, tu te le sia guadagnate di diritto,» disse, infilando pazientemente le foglioline nella ferita.

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Stanza Grigia (Redux): Capitolo 12 – SK2109RB [ESTRATTO]

finale

 

Estratto

BORIS

I ricordi, arrivati a un certo punto, non valgono più niente, soprattutto quando qualcuno non c’è più. Si allontanano e si confondono al punto da farti dubitare di averli vissuti davvero. Già dai minuti successivi alla perdita di un caro, ogni momento che avete passato insieme viene stoccato in aree del nostro cervello non troppo lontane da quelle dove vengono raccolti i déja vu o l’inizio dei sogni.

Penso a quando nei telefilm muore un membro del cast e uno dei protagonisti entra nella sua stanza, o nel salone e sorridere nostalgico a vedere se stesso e il compianto defunto come ologrammi nei loro giorni felici, inconsapevoli del fatto che tutto sarebbe finito in uno schianto di mezzo secondo, che i sorrisi sulle loro facce sarebbero rimaste incastrate tra le lamiere, lucidi di sangue e benzina.

Ci avevo provato i primi giorni che Mariù se n’era andata. Me ne stavo sulla soglia della nostra camera e aspettavo che i nostri ologrammi si palesassero sul nostro letto, nudi ed esausti a ridere per le nostre stronzate, o le volte che sceglieva per me la camicia e la cravatta giusta da abbinare per la serata. Mi sarebbe bastato anche vederci mentre ci davamo le spalle, ognuno seduto al proprio margine del letto senza rivolgerci la parola, con le facce tese per la rabbia e l’umiliazione, ma non arrivava nulla. Strizzavo il cervello per trasformare quei ricordi in spettri, ma l’unica cosa che riuscivo a vedere era una stanza spoglia. Non c’era nemmeno il suo odore a riempire la stanza. Mi odiai per aver dimenticato la marca del deodorante per ambienti che usava per rinfrescare la camera; non ho mai più risentito quell’odore di lavanda che sembrava conoscere solo lei e che non ho più sentito da nessun’altra parte.

Ricordo solo un gran silenzio, come se la camera stesse trattenendo il respiro, impaziente per il suo ritorno. Smisi di provare a rievocare i nostri fantasmi quando mi accorsi che lo sforzo di ricordare in realtà forzava la memoria fino a cancellare ogni sua traccia, sostituendola con una versione idealizzata di lei: qualcuno che non mi avrebbe odiato negli anni avvenire, mai imperfetta come una bella fotografia. Mi odiavo per ricordarla in questo modo. A dimenticarne le imperfezioni, la tensione dei suoi muscoli quando cercava di trattenere tutto il suo disprezzo per me, mi sembrava di mancarle di rispetto per la seconda volta.

Avevo bisogno di cercarla e riaverla con me, ma i ricordi non bastavano più. Le foto, gli oggetti personali mi soffocavano, come ci fossero solo per ricordarmi che non c’era più.

Invece di ignorarli come avevo fatto tempo prima, cominciati a rimpiangere i due anni che abbiamo passato lontani dopo… dopo quello che avevo fatto.

Cominciai a chiedermi di nuovo cose che avevo smesso di chiedermi per il bene della mia salute mentale: dove si trovasse, che cosa stesse facendo, con chi incrociasse lo sguardo, cosa le servisse per dimenticarsi di me.

Avevo sentito alcune voci a riguardo. Se n’era andata da Milano, era andata da qualche parte ”in campagna”. Forse in Emilia.

Nel giro di pochi mesi, aveva tagliato la corda con me e con il resto del mondo. I suoi amici non avevano più ricevuto né una telefonata né un messaggio da lei. Aveva chiuso gli account di tutti i social network che usava. Il suo capo diceva che aveva semplicemente smesso di presentarsi al lavoro, sparita come una delle centinaia di pratiche che archiviava ogni giorno. I suoi genitori non avevano più ricevuto auguri di buon compleanno o di buon anniversario da lei; nessuna notizia a parte quella dei Carabinieri che le comunicavano dell’incidente.

Suo fratello, Gustav, neanche a dirlo, ne sapeva meno di chiunque altro. Avevano smesso di parlarsi di anni, non si sa per cosa, non si sa perché, semplicemente non gliene fregava niente di quello che faceva sua sorella e preferiva continuare a farsi i fatti suoi in pace. Questo, almeno fino alla sera del rosario.

Qualcos’altro sembrava aver cancellato ogni traccia dell’esistenza di Mariù molto prima dei fari della macchina, molto prima dello schianto.

Non mi ero rassegnato al fatto di non poter più ripercorrere i suoi movimenti. Lo accettavo. Lo accoglievo a braccia aperte perché quella era la punizione che si meritava una fedifraga testa di cazzo come me. Un anno dopo, scoprì che Fathima non aveva la stessa opinione di me a riguardo e mosse la sua masso verso il telefono e mi chiamò.

«Parlo con Boris… Sovle… Soveleve…» disse una voce nasale al telefono, insicura, impacciata.

«Sovlev’ev. Boris Sovlev’ev. È russo.»

«Non parla come un russo.»

«I miei genitori lo sono. Io sono nato qua.»

«Ah, capisco.»

Rimase in silenzio per un po’ finché non dissi: «Cos’è, un sondaggio? Voleva solo sapere se ero russo o no?»

«No, pensavo le interessasse avere notizie riguardo la signorina Mariolina Forlani.»

L’aria smise di fluirmi nei polmoni. Alzai gli occhi verso il letto e, finalmente, riuscì a vederle chiaramente, l’ologramma mio e suo abbracciati sul letto, a ridere come se la morte non esistesse, come se l’idea che un giorno mi avrebbe odiato più di ogni altra cosa fosse soltanto una barzelletta raccontata bene.

«Mi dica, l’ascolto.»

(Con calma arriva tutto, anche Scricchiolii)

[Piccolo Spazio Pubblicitario] Halloween All’Italiana 2017.

 

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Niente ”Stanza Grigia”, per oggi, ma vi segnalo l’uscita dell’antologia a cura di Letteeratura Horror ”Halloween All’Italiana 2017”, dove tra i 69 racconti selezionati troverete il mio ”Fuori il Vecchio. Dentro Il Nuovo”. Nel link sotto tutte le istruzioni per scompararlo sia in cartaceo che in eBook.

 

Letteraturahorror.it – Halloween All’Italiana 2017

Stanza Grigia: Capitolo 11 – Un Giorno Rideremo di Tutto Questo (Estratto)

finale

 

Appena Stanis chiuse la porta dietro di sé, cominciò il vociare dietro la porta dove stava rinchiusa Inès. Boris e Gustav si girarono lentamente, terrorizzati, verso il corridoio. I bisbigli si accumulavano uno sopra l’altro fino a riempire il corridoio. Oltre alla voce di Inès riuscirono a distinguerne un’altra che raspava contro le pareti, fino in fondo alle loro gole.

Gustav fece un passo avanti verso il corridoio. Boris lo afferrò per il polso lo tirò indietro, alzando la pistola e facendo un cenno con la testa. Avanzò, tenendo la pistola puntata verso il corridoio, fino a arrivare davanti alla porta.

Si bloccò, quando sentì Inès urlare: «Non è vero.» Deglutì, strizzò gli occhi e continuò.

Alzò il pugno e busso tre volte. Il bisbigliare si spense e rimase solo il tintinnio delle catene. Rimase immobile con il pugno a mezz’aria, poi, bussò di nuovo, altre tre volte. Il ticchettio si fece più intenso finché non si calmò, lasciando solo la voce lieve di Inès che sussurrava: «Un giorno rideremo di tutto questo.»

«C’è solo lei,» disse, girandosi verso Gustav.

«Lo… lo so.»

«Non sentivi l’altra voce?»

«No,» rispose Gustav, cercando di fare il finto tonto. «Tu…?»

«L’adrenalina fa brutti scherzi. A volte capita, di sentire voci,» rispose Boris, cercando di velare l’imbarazzo.

«Può essere, sì.»

Boris abbassò la pistola e lo guardò di lato, sospettoso.

«Perché mi guardi così?»

«Così come?»

Boris scosse la testa, furioso.

«Non sono pazzo.»

«Non… non lo penso, no.»

«Non sento le voci.»

«C’era,» si affrettò a dire Gustav. «C’era un’altra voce.»

«Adesso mi stai assecondando.»

«Oddio,» Gustav si massaggiò la fronte, scocciato.

«Cosa?»

«Hai sparato in testa a una persona che è ancora viva e incatenata in una cella scavata dentro la suite di un hotel e appena sentiamo delle voci pensi che ti stia assecondando?»

Boris spalancò gli occhi e rimase a fissarlo, in silenzio.

«Che c’è, adesso?» chiese Gustav, stizzito.

«Una persona?» chiese Boris, circospetto. «Tutto qua? Ho sparato a una persona?»

Gustav impallidì e si strinse nelle braccia, guardando giù, pieno di senso di colpa.

«Rispondimi in totale sincerità, adesso, Gustav. Non fare caso alla pistola, fai finta che non ci sia, che sia tipo una pistola giocattolo.»

«Avanti, dimmi,» chiese Gustav, impaziente.

«Hai finito i proiettili?»

«Cosa?»

«Hai smesso di lottare? Non stai pianificando niente per me, per lei? Non hai intenzione di provare qualcos’altro per liberare Inès una volta per tutte? Ti sei già arreso?»

Presto in Download Gratuito

Scricchiolii: Capitolo 2 – Cabala (Doppio Estratto)

scricchiolii

 

Estratto 1

 

Castelchiasso.

1996.

[…]

Eva si arrese e si girò, appena in tempo per vedere la piccola annuire seria come un piccolo soldatino e rivolgere un timido sorriso verso di lei attraverso lo spiraglio della porta.

«Eva…» iniziò la direttrice, tornando dietro la scrivania.

«Non indorare la pillola, per favore,» si affrettò a dire Eva. Continuava a tenere la testa bassa, come se fosse stata lei a essere richiamata all’ordine.

«Non credo potrei addolcirtela nemmeno con tutto lo zucchero di questo mondo,» disse la direttrice, buttandosi sulla sedia reclinabile e gettando sconfitta gli occhiali sulla scrivania. «Non questa volta…»

Eva fece un cenno arreso con la testa e trattenne il respiro.

«Cosa ha fatto questa volta?» chiese.

La direttrice sospirò, cercando di velare il disagio.

«Non abbiamo ancora capito bene come sia successo. Alcuni bambini dicono che abbia iniziato lei, altri non vogliono parlare. Hanno paura.»

«Paura di lei.»

«Hanno paura di lei, sì.»

«Oddio, non tirarla per le lunghe, dimmi cosa ha fatto. Non può essere peggio dell’altra volta.»

La direttrice si zittì. Eva alzò la testa e la guardò con gli occhi pieni della vana speranza che non fosse davvero andata peggio dell’altra volta.

«Ha spaccato i denti a Filippo, il figlio dei Rosi.»

«Come?»

La direttrice si bloccò, sorpresa.

«Non mi chiedi perché?»

[…]

Estratto 2

Castelchiasso. 

Adesso.

[…]

Elsa fece un cenno di assenso e iniziò a strappare il foglio in quattro parti. Furono costretti ad accompagnarla a braccetto fino alla bara. Man mano che si avvicinava al corpo senza pelle di Egidio, il dolore cominciava a trasformarsi in terrore che s’infilava in ogni spazio tra le ossa. In quel momento, l’ultima parte del rito si rivelava ancora più crudele di quanto già non fosse.

I due Fratelli alzarono aprirono gli occhi di Egidio, lottando contro il disgusto e i conati, ansiosi che Elsa infilasse i pezzetti di carta nello spazio tra la palpebra e l’occhio.

«Un frammento per ogni palpebra, perché nella Luce non veda nient’altro,» disse il Fratello Maggiore con la sua voce greve, iniziando così la formula finale del rito.

Poi, fu il turno della bocca, la parte che richiese uno sforzo fisico maggiore a causa del rigor mortis. Alla fine aprì in uno schiocco secco che serpeggiò come un brivido nella schiena dei presenti. Lanciando un lieve gemito, Elsa pose il terzo pezzo di carta sotto la lingua di Egidio.

«Un frammento per la mia bocca, perché non conosca altre parole.»

E, infine la parte più facile. Posò l’ultimo frammento sul petto. I due Fratelli si occuparono di alzare le braccia e incrociarle, nascondendo il foglietto sotto le sue mani.

«E l’ultimo per il mio cuore, perché bruci per sempre nella mia Luce. Nessuna Bugia…»

«Nessuna Paura,» terminarono i Fratelli e le Sorelle, in coro.

«Nessuna paura,» disse Elsa, in ritardo.

Ogni Fratello e ogni Sorella tirò fuori la sua torcia da sotto la tunica e accese la garza imbevuta di benzina in cima a ciascuna di esse. A turno, posarono la loro fiamma sul corpo di Egidio, precedentemente cosparso con benzina e materiale infiammabile. Poi, chiusero la bara e rimasero ad ascoltare lo scoppiettio delle fiamme all’interno della bara. Il fumo saliva denso e scuro verso il cielo limpido e senza nuvole. Quando l’odore di carne e stoffa bruciata le invase le narici, Elsa si sfogò in un pianto disperato, circondata dall’abbraccio dei suoi Fratelli, scostando Maria con il braccio, impedendole di unirsi a loro.

Atteso il tempo necessario, un gruppo di Fratelli si avvicinò alla bara e l’aprì. La fiamma si liberò in un ruggito, facendoli indietreggiare. Aprirono ciascuno il proprio estintore e spensero la fiamma prima che una scintilla potesse toccare il terreno e bruciare i boschi.

Raccolsero le ceneri, mescolate con la schiuma estinguente, in un vasetto e lo porsero a Elsa. A lei spettava il compito di spargerle per la radura, perché Egidio potesse finalmente unirsi agli altri suoi Fratelli che già bruciavano nella Luce.

 

(Manca molto poco…)

Stanza Grigia (Redux): Capitolo 10 – L’Altra Parte

finale

 

Estratto

[…]

«Senti,» disse Gustav, spostando il bicchiere con il dito. «Non puoi dirmi per cosa sei venuto e basta?»

Stanis lo guardò costernato e si ricompose.

«Certo, ti sto rubando anche troppo tempo. Gustav, sono qui per proporti uno scambio.»

Gustav rimase interdetto, boccheggiando al suo solito modo.

«Uno scambio di che?» chiese Gustav, inebetito.

«Uno scambio di stanza.»

Restarono in silenzio.

«Vedi,» continuò Stanis. «Forse non lo sai, ma c’è stato un errore nella distribuzione delle stanze in coincidenza di questo evento.»

«Io non credo.»

«Credi male.»

«E quale sarebbe l’errore?»

«Non dovreste essere qui. Io dovrei occupare questa suite, quella con la stanza di Fathima.»

«E cosa sarebbe la ”stanza di Fathima”?»

Stanis rimase un attimo in silenzio, confuso.

«È… è la sua stanza. Mi sembra chiaro. ”Stanza di Fathima”.»

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