Stanza Grigia (Redux): Capitolo 11 – Un Giorno Rideremo di Tutto Questo (Parte 1) [Capitolo Completo]

finale

 

Estratto

«So che non mi crederai,» disse Boris. «Ma questo dolore avrà un senso. È la tua crisalide prima di trasformarti in Ninfa. Quasi ti invidio.»

Per tutto il tempo, Boris parlò come ipnotizzato dalle goccioline di sangue che colavano dal gomito di Inès, riempiendo il bicchiere goccia dopo goccia. Prese un sacchetto di plastica dalla scatoletta piena di foglioline scure ed essiccate. Cominciò ad arrotolarle una ad una.

«Ti avevo detto che bisognava seguire un certo percorso prima di poter provare le foglie, ma penso che in queste ore, tu te le sia guadagnate di diritto,» disse, infilando pazientemente le foglioline nella ferita.

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Stanza Grigia (Redux): Capitolo 12 – SK2109RB [ESTRATTO]

finale

 

Estratto

BORIS

I ricordi, arrivati a un certo punto, non valgono più niente, soprattutto quando qualcuno non c’è più. Si allontanano e si confondono al punto da farti dubitare di averli vissuti davvero. Già dai minuti successivi alla perdita di un caro, ogni momento che avete passato insieme viene stoccato in aree del nostro cervello non troppo lontane da quelle dove vengono raccolti i déja vu o l’inizio dei sogni.

Penso a quando nei telefilm muore un membro del cast e uno dei protagonisti entra nella sua stanza, o nel salone e sorridere nostalgico a vedere se stesso e il compianto defunto come ologrammi nei loro giorni felici, inconsapevoli del fatto che tutto sarebbe finito in uno schianto di mezzo secondo, che i sorrisi sulle loro facce sarebbero rimaste incastrate tra le lamiere, lucidi di sangue e benzina.

Ci avevo provato i primi giorni che Mariù se n’era andata. Me ne stavo sulla soglia della nostra camera e aspettavo che i nostri ologrammi si palesassero sul nostro letto, nudi ed esausti a ridere per le nostre stronzate, o le volte che sceglieva per me la camicia e la cravatta giusta da abbinare per la serata. Mi sarebbe bastato anche vederci mentre ci davamo le spalle, ognuno seduto al proprio margine del letto senza rivolgerci la parola, con le facce tese per la rabbia e l’umiliazione, ma non arrivava nulla. Strizzavo il cervello per trasformare quei ricordi in spettri, ma l’unica cosa che riuscivo a vedere era una stanza spoglia. Non c’era nemmeno il suo odore a riempire la stanza. Mi odiai per aver dimenticato la marca del deodorante per ambienti che usava per rinfrescare la camera; non ho mai più risentito quell’odore di lavanda che sembrava conoscere solo lei e che non ho più sentito da nessun’altra parte.

Ricordo solo un gran silenzio, come se la camera stesse trattenendo il respiro, impaziente per il suo ritorno. Smisi di provare a rievocare i nostri fantasmi quando mi accorsi che lo sforzo di ricordare in realtà forzava la memoria fino a cancellare ogni sua traccia, sostituendola con una versione idealizzata di lei: qualcuno che non mi avrebbe odiato negli anni avvenire, mai imperfetta come una bella fotografia. Mi odiavo per ricordarla in questo modo. A dimenticarne le imperfezioni, la tensione dei suoi muscoli quando cercava di trattenere tutto il suo disprezzo per me, mi sembrava di mancarle di rispetto per la seconda volta.

Avevo bisogno di cercarla e riaverla con me, ma i ricordi non bastavano più. Le foto, gli oggetti personali mi soffocavano, come ci fossero solo per ricordarmi che non c’era più.

Invece di ignorarli come avevo fatto tempo prima, cominciati a rimpiangere i due anni che abbiamo passato lontani dopo… dopo quello che avevo fatto.

Cominciai a chiedermi di nuovo cose che avevo smesso di chiedermi per il bene della mia salute mentale: dove si trovasse, che cosa stesse facendo, con chi incrociasse lo sguardo, cosa le servisse per dimenticarsi di me.

Avevo sentito alcune voci a riguardo. Se n’era andata da Milano, era andata da qualche parte ”in campagna”. Forse in Emilia.

Nel giro di pochi mesi, aveva tagliato la corda con me e con il resto del mondo. I suoi amici non avevano più ricevuto né una telefonata né un messaggio da lei. Aveva chiuso gli account di tutti i social network che usava. Il suo capo diceva che aveva semplicemente smesso di presentarsi al lavoro, sparita come una delle centinaia di pratiche che archiviava ogni giorno. I suoi genitori non avevano più ricevuto auguri di buon compleanno o di buon anniversario da lei; nessuna notizia a parte quella dei Carabinieri che le comunicavano dell’incidente.

Suo fratello, Gustav, neanche a dirlo, ne sapeva meno di chiunque altro. Avevano smesso di parlarsi di anni, non si sa per cosa, non si sa perché, semplicemente non gliene fregava niente di quello che faceva sua sorella e preferiva continuare a farsi i fatti suoi in pace. Questo, almeno fino alla sera del rosario.

Qualcos’altro sembrava aver cancellato ogni traccia dell’esistenza di Mariù molto prima dei fari della macchina, molto prima dello schianto.

Non mi ero rassegnato al fatto di non poter più ripercorrere i suoi movimenti. Lo accettavo. Lo accoglievo a braccia aperte perché quella era la punizione che si meritava una fedifraga testa di cazzo come me. Un anno dopo, scoprì che Fathima non aveva la stessa opinione di me a riguardo e mosse la sua masso verso il telefono e mi chiamò.

«Parlo con Boris… Sovle… Soveleve…» disse una voce nasale al telefono, insicura, impacciata.

«Sovlev’ev. Boris Sovlev’ev. È russo.»

«Non parla come un russo.»

«I miei genitori lo sono. Io sono nato qua.»

«Ah, capisco.»

Rimase in silenzio per un po’ finché non dissi: «Cos’è, un sondaggio? Voleva solo sapere se ero russo o no?»

«No, pensavo le interessasse avere notizie riguardo la signorina Mariolina Forlani.»

L’aria smise di fluirmi nei polmoni. Alzai gli occhi verso il letto e, finalmente, riuscì a vederle chiaramente, l’ologramma mio e suo abbracciati sul letto, a ridere come se la morte non esistesse, come se l’idea che un giorno mi avrebbe odiato più di ogni altra cosa fosse soltanto una barzelletta raccontata bene.

«Mi dica, l’ascolto.»

(Con calma arriva tutto, anche Scricchiolii)

[Piccolo Spazio Pubblicitario] Halloween All’Italiana 2017.

 

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Niente ”Stanza Grigia”, per oggi, ma vi segnalo l’uscita dell’antologia a cura di Letteeratura Horror ”Halloween All’Italiana 2017”, dove tra i 69 racconti selezionati troverete il mio ”Fuori il Vecchio. Dentro Il Nuovo”. Nel link sotto tutte le istruzioni per scompararlo sia in cartaceo che in eBook.

 

Letteraturahorror.it – Halloween All’Italiana 2017

Stanza Grigia: Capitolo 11 – Un Giorno Rideremo di Tutto Questo (Estratto)

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Appena Stanis chiuse la porta dietro di sé, cominciò il vociare dietro la porta dove stava rinchiusa Inès. Boris e Gustav si girarono lentamente, terrorizzati, verso il corridoio. I bisbigli si accumulavano uno sopra l’altro fino a riempire il corridoio. Oltre alla voce di Inès riuscirono a distinguerne un’altra che raspava contro le pareti, fino in fondo alle loro gole.

Gustav fece un passo avanti verso il corridoio. Boris lo afferrò per il polso lo tirò indietro, alzando la pistola e facendo un cenno con la testa. Avanzò, tenendo la pistola puntata verso il corridoio, fino a arrivare davanti alla porta.

Si bloccò, quando sentì Inès urlare: «Non è vero.» Deglutì, strizzò gli occhi e continuò.

Alzò il pugno e busso tre volte. Il bisbigliare si spense e rimase solo il tintinnio delle catene. Rimase immobile con il pugno a mezz’aria, poi, bussò di nuovo, altre tre volte. Il ticchettio si fece più intenso finché non si calmò, lasciando solo la voce lieve di Inès che sussurrava: «Un giorno rideremo di tutto questo.»

«C’è solo lei,» disse, girandosi verso Gustav.

«Lo… lo so.»

«Non sentivi l’altra voce?»

«No,» rispose Gustav, cercando di fare il finto tonto. «Tu…?»

«L’adrenalina fa brutti scherzi. A volte capita, di sentire voci,» rispose Boris, cercando di velare l’imbarazzo.

«Può essere, sì.»

Boris abbassò la pistola e lo guardò di lato, sospettoso.

«Perché mi guardi così?»

«Così come?»

Boris scosse la testa, furioso.

«Non sono pazzo.»

«Non… non lo penso, no.»

«Non sento le voci.»

«C’era,» si affrettò a dire Gustav. «C’era un’altra voce.»

«Adesso mi stai assecondando.»

«Oddio,» Gustav si massaggiò la fronte, scocciato.

«Cosa?»

«Hai sparato in testa a una persona che è ancora viva e incatenata in una cella scavata dentro la suite di un hotel e appena sentiamo delle voci pensi che ti stia assecondando?»

Boris spalancò gli occhi e rimase a fissarlo, in silenzio.

«Che c’è, adesso?» chiese Gustav, stizzito.

«Una persona?» chiese Boris, circospetto. «Tutto qua? Ho sparato a una persona?»

Gustav impallidì e si strinse nelle braccia, guardando giù, pieno di senso di colpa.

«Rispondimi in totale sincerità, adesso, Gustav. Non fare caso alla pistola, fai finta che non ci sia, che sia tipo una pistola giocattolo.»

«Avanti, dimmi,» chiese Gustav, impaziente.

«Hai finito i proiettili?»

«Cosa?»

«Hai smesso di lottare? Non stai pianificando niente per me, per lei? Non hai intenzione di provare qualcos’altro per liberare Inès una volta per tutte? Ti sei già arreso?»

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Scricchiolii: Capitolo 2 – Cabala (Doppio Estratto)

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Estratto 1

 

Castelchiasso.

1996.

[…]

Eva si arrese e si girò, appena in tempo per vedere la piccola annuire seria come un piccolo soldatino e rivolgere un timido sorriso verso di lei attraverso lo spiraglio della porta.

«Eva…» iniziò la direttrice, tornando dietro la scrivania.

«Non indorare la pillola, per favore,» si affrettò a dire Eva. Continuava a tenere la testa bassa, come se fosse stata lei a essere richiamata all’ordine.

«Non credo potrei addolcirtela nemmeno con tutto lo zucchero di questo mondo,» disse la direttrice, buttandosi sulla sedia reclinabile e gettando sconfitta gli occhiali sulla scrivania. «Non questa volta…»

Eva fece un cenno arreso con la testa e trattenne il respiro.

«Cosa ha fatto questa volta?» chiese.

La direttrice sospirò, cercando di velare il disagio.

«Non abbiamo ancora capito bene come sia successo. Alcuni bambini dicono che abbia iniziato lei, altri non vogliono parlare. Hanno paura.»

«Paura di lei.»

«Hanno paura di lei, sì.»

«Oddio, non tirarla per le lunghe, dimmi cosa ha fatto. Non può essere peggio dell’altra volta.»

La direttrice si zittì. Eva alzò la testa e la guardò con gli occhi pieni della vana speranza che non fosse davvero andata peggio dell’altra volta.

«Ha spaccato i denti a Filippo, il figlio dei Rosi.»

«Come?»

La direttrice si bloccò, sorpresa.

«Non mi chiedi perché?»

[…]

Estratto 2

Castelchiasso. 

Adesso.

[…]

Elsa fece un cenno di assenso e iniziò a strappare il foglio in quattro parti. Furono costretti ad accompagnarla a braccetto fino alla bara. Man mano che si avvicinava al corpo senza pelle di Egidio, il dolore cominciava a trasformarsi in terrore che s’infilava in ogni spazio tra le ossa. In quel momento, l’ultima parte del rito si rivelava ancora più crudele di quanto già non fosse.

I due Fratelli alzarono aprirono gli occhi di Egidio, lottando contro il disgusto e i conati, ansiosi che Elsa infilasse i pezzetti di carta nello spazio tra la palpebra e l’occhio.

«Un frammento per ogni palpebra, perché nella Luce non veda nient’altro,» disse il Fratello Maggiore con la sua voce greve, iniziando così la formula finale del rito.

Poi, fu il turno della bocca, la parte che richiese uno sforzo fisico maggiore a causa del rigor mortis. Alla fine aprì in uno schiocco secco che serpeggiò come un brivido nella schiena dei presenti. Lanciando un lieve gemito, Elsa pose il terzo pezzo di carta sotto la lingua di Egidio.

«Un frammento per la mia bocca, perché non conosca altre parole.»

E, infine la parte più facile. Posò l’ultimo frammento sul petto. I due Fratelli si occuparono di alzare le braccia e incrociarle, nascondendo il foglietto sotto le sue mani.

«E l’ultimo per il mio cuore, perché bruci per sempre nella mia Luce. Nessuna Bugia…»

«Nessuna Paura,» terminarono i Fratelli e le Sorelle, in coro.

«Nessuna paura,» disse Elsa, in ritardo.

Ogni Fratello e ogni Sorella tirò fuori la sua torcia da sotto la tunica e accese la garza imbevuta di benzina in cima a ciascuna di esse. A turno, posarono la loro fiamma sul corpo di Egidio, precedentemente cosparso con benzina e materiale infiammabile. Poi, chiusero la bara e rimasero ad ascoltare lo scoppiettio delle fiamme all’interno della bara. Il fumo saliva denso e scuro verso il cielo limpido e senza nuvole. Quando l’odore di carne e stoffa bruciata le invase le narici, Elsa si sfogò in un pianto disperato, circondata dall’abbraccio dei suoi Fratelli, scostando Maria con il braccio, impedendole di unirsi a loro.

Atteso il tempo necessario, un gruppo di Fratelli si avvicinò alla bara e l’aprì. La fiamma si liberò in un ruggito, facendoli indietreggiare. Aprirono ciascuno il proprio estintore e spensero la fiamma prima che una scintilla potesse toccare il terreno e bruciare i boschi.

Raccolsero le ceneri, mescolate con la schiuma estinguente, in un vasetto e lo porsero a Elsa. A lei spettava il compito di spargerle per la radura, perché Egidio potesse finalmente unirsi agli altri suoi Fratelli che già bruciavano nella Luce.

 

(Manca molto poco…)

Stanza Grigia (Redux): Capitolo 10 – L’Altra Parte

finale

 

Estratto

[…]

«Senti,» disse Gustav, spostando il bicchiere con il dito. «Non puoi dirmi per cosa sei venuto e basta?»

Stanis lo guardò costernato e si ricompose.

«Certo, ti sto rubando anche troppo tempo. Gustav, sono qui per proporti uno scambio.»

Gustav rimase interdetto, boccheggiando al suo solito modo.

«Uno scambio di che?» chiese Gustav, inebetito.

«Uno scambio di stanza.»

Restarono in silenzio.

«Vedi,» continuò Stanis. «Forse non lo sai, ma c’è stato un errore nella distribuzione delle stanze in coincidenza di questo evento.»

«Io non credo.»

«Credi male.»

«E quale sarebbe l’errore?»

«Non dovreste essere qui. Io dovrei occupare questa suite, quella con la stanza di Fathima.»

«E cosa sarebbe la ”stanza di Fathima”?»

Stanis rimase un attimo in silenzio, confuso.

«È… è la sua stanza. Mi sembra chiaro. ”Stanza di Fathima”.»

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Stanza Grigia (Redux): 09. Gioco di Specchi [Capitolo Completo]

finale

 

Estratto

Attraverso la porta, le urla continuarono a susseguirsi senza tregua, incatenate l’una all’altra.

Nel corridoio, seduto a terra con la testa tra le ginocchia e le mani premute contro le orecchie, Gustav si chiese se il dolore che la stava attraversando fosse minimamente comparabile a quello che stesse provando Inès in quel momento. Desiderò che non fosse così. Desiderò che fosse solo la paura e non il dolore ad animarla.

Gustav alzò leggermente la testa e aprì un occhio. Trovò Boris accovacciato nella stessa posizione, poco distante da lui. Tra loro c’era solo una sedia a separarli, messa in fretta e furia sotto la maniglia della porta prima che Inès potesse fuggire dal bagno.

Finalmente, le urla s’indebolirono e cominciarono a scemare pian piano, lasciandosi dietro solo una tenue scia di singhiozzi e gemiti. La porta e la sedia smisero di tremare e cigolare sotto le spinte disperate di Inès, e nell’appartamento tornò il silenzio. Accertatosi che il pericolo fosse passato, Boris scattò in piedi, guardandosi per il corridoio con sguardo folle e confuso, carico di paranoia. Poi, quando incontrò gli occhi di Gustav, sembrò calmarsi e tornare alla sua fredda lucidità.

Gustav aprì la bocca in una fessura sottile. Le sue labbra cominciarono a tremare incontrollate. Capito quello che stava per succedere, Boris fece per gettarsi verso di lui, ma era già troppo tardi.

«Inès!» gracchiò Gustav, alzandosi per levare la sedia dalla maniglia.

«Gustav?», sussurrò Inès, incerta. Il pomello della porta tornò a girare incontrollato su stesso. In un attimo, Inès tornò a urlare e a strattonare la porta.

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Stanza Grigia (Redux): 08. La Morte è Solo un’Altra Porta [Capitolo Completo]

finale

Estratto

Milano.

Sei anni prima.

GUSTAV

L’ho sempre visto deserto quel parchetto, te lo giuro. Lo giuro su tutto il tempo che ho passato ad aspettarti, e su tutto quello che hai passato tu ad aspettare me. Sembrava lo avessero fatto apposta per renderci la vita difficile, come sa avessero sempre saputo che quello che volevamo non ci era dovuto. Dov’erano tutti quando avevo più bisogno di loro?

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Stanza Grigia (redux): 09. Gioco di Specchi [Estratto]

finale

 

Era una stanza larga e spoglia, senza finestre, davanzali, termosifoni o qualunque altro scarto di oggetto d’arredamento. Solo quattro semplici mura. Il necessario per tenere su il soffitto.

La luce fioca della fiammella non permetteva di distinguere perfettamente il colore delle pareti. Avvicinandosi e stringendo un po’ gli occhi, si poteva distinguere un colore chiaro e sfumato, simile alla cenere. Probabile che quelle pareti non fossero mai state verniciate e che avessero conservato il colore grigio del cemento.

Boris girò per la stanza, alzando un velo di polvere a ogni passo e, aggirando il corpo di Inès, e si fermò di colpo.

«Cosa c’è? Che posto è?», chiese Gustav.

Boris non rispose e si limitò ad illuminare la parte di muro che gli stava davanti, dando un calcio a qualcosa che produsse un rumore metallico e strisciante.

Illuminò meglio l’area, scoprendo due lunghe catene arrugginite inchiodate al muro. Entrambe terminavano in un bracciale spesso che si apriva in due semicerchi, tenuti insieme da un lungo chiodo roso dalla ruggine dai bordi seghettati.

Un sorriso si aprì sul viso di Boris.

«Mi sa che abbiamo trovato qualcosa di meglio di una tovaglia o di una vasca piena di ghiaccio, qui.»

Chiuse lo Zippo e il buio gli inghiottì di nuovo.

Anticamere & Corridoi: ”Screaming Trees”

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Estratto

Castelchiasso

Anno 2067

Cinquant’anni dopo l’Avvento del Mondo Nuovo.

Grazie al cielo avevano cambiato le lampade della sua stanza. La maniera in cui la luce al neon si rifletteva sul muro bianco le perforava gli occhi e la testa, impedendole ogni possibilità di immaginare, un posto lontano da quella stanzetta asettica. Aveva ancora bisogno di un’ultima bugia, dolce e accomodante come quella di cinquant’anni prima. Ormai si sentiva troppo vecchia per la verità.

Stava immobile, con il corpo esile immerso nell’ampio accappatoio blu sbiadito a fissare il lettino vicino al suo, ancora ben fatto, senza la minima piega. Nessuno lo aveva ancora occupato da quando si trovava lì. Avrebbe preferito vederlo sfatto, con tutti i segni della vita precedente tra le pieghe. In quel modo, pensava, sarebbe sembrata meno una promessa non mantenuta.

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