Stanza Grigia (Redux): 06. EQUINOX (Estratto)

finale

 

Estratto

 

Appena sentì bussare, sapeva che poteva essere solo lui. Niente servizio in camera, aveva tutto quello di cui aveva bisogno. Non poteva essere un Fratello, nessuno di loro gli parlava; avevano tutti paura di lui.

«Arrivo,» urlò. Corse in bagno. Si tirò indietro i capelli. Guardò prima il profilo destro, poi il sinistro. Si assicurò di avere i denti ben puliti, mentre dall’altra parte continuavano a bussare.

«Arrivo, arrivo. Ho detto che arrivo.»

Attraversò la camera, sbuffando e scuotendo le braccia. Aveva preso una sala essenziale, il pacchetto standard: una camera da letto e un bagno. Niente suite per lui, almeno per il momento.

Aprì la porta, cercando di non farlo né troppo forte, né troppo piano: la regola era apparire il più sicuro, rilassati e il meno sospettosi possibile.

Trovò Gustav. Lo guardava fissò, con gli occhi spalancati e i pugni chiusi contro i fianchi. Sembrava teso e insicuro, esattamente com’era abituato a conoscerlo.

«Tanti auguuuuuriiii aaaaaa teeeeee,» canticchiò Boris, mostrando il sorriso da squalo.

«Posso entrare?»

«Sei un vampiro?» chiese, forse troppo serio.

Gustav rimase in silenzio, visibilmente confuso.

«Non ti serve l’invito, puoi sempre entrare in casa mia,» disse Boris. Si scansò, allungando un braccio verso la camera. «Prego.»

Gustav entrò, guardandosi intorno, poco impressionato. I muri erano impacchettati in una carta da parati viola scuro, leggermente anneriti. L’odore stantio di chiuso, mescolato con quelle delle sigarette e del posacenere traboccante sul comodino dominavano la stanza.

«Vivi qua?» chiese Gustav.

«Da un annetto. Diciamo che mi appoggio. È uno dei tanti regali che mi hanno fatto i tizi di Fathima.»

«Ma è un buco.»

«Un buco è sempre un buco,» rispose Boris, sorridendo.

Gustav si limitò a fissarlo, poco impressionato. Il sorriso di Boris si spense, mostrandosi subito imbarazzato.

«Non la penso sempre così, lo sai,» si affrettò a dire Boris, serio e a disagio. «Non con le persone, sono solo scherzi.»

«Cosa ci facevi nel bosco?» chiese Gustav, di getto.

Boris incrociò le braccia e rise.

«Dritto al punto.»

«Sempre,» rispose Gustav, deciso, continuando a fissarlo.

«Non si direbbe dalle robe che scrivi. Che ne pensa Inès?»

Il pugno di Gustav prese a tremare.

«Va bene, scusa. Evitiamo di fare i maschi, eh? Perché ero nel bosco… non ne ho la fottutissima idea, ecco perché. Sento qualcuno urlare e correre nel parcheggio sotto la pioggia e vedo te. Ti sono solo corso dietro, avevo paura fosse successo qualcosa a te o a Inès.»

«Perché sarebbe dovuto succedere qualcosa a Inès?»

«Perché non sarebbe dovuto succedere qualcosa a te?»

Lo sguardo fermo di Gustav ebbe un tremito, mentre cercava di tenere ferme le labbra per evitare di boccheggiare come al solito. Boris mostrò un sorriso storto e si fece immediatamente serio.

«Mi stai facendo un interrogatorio? Io avevo le mie buone ragioni. Cosa cazzo ci faceva lei nel bosco, piuttosto?»

La maschera da duro scivolò dalla faccia di Gustav. Rifletté un attimo e scosse la testa.

«Senti, sono venuto qua solo per dirti di stare alla larga da me e Inès.»

«Sì, me l’hai detto ieri.»

«Non devo essere stato abbastanza chiaro.»

«Oh, lo sei stato,» Boris si avvicinò minaccioso, un passo alla volta, costringendo Gustav a indietreggiare. «Ma ti dico, sono uscito dall’Arma da un po’, quindi non seguo più gli ordini di nessuno, soprattutto se non hanno senso.»

«Senso ce l’ha,» disse Gustav, cercando di controllare il tremolio alla voce. «Sta lontano da Inès.»

«E da te? Devo stare lontano anche da te?»

Gustav si fermò di colpo. Si girò di scatto, non accorgendosi di avere le spalle al muro. Boris gli piazzò una mano vicino alla testa e si avvicinò.

«Hai forse paura di qualcosa, Gustav? Hai paura per lei? Hai paura di me?» Avvicinò la faccia a quella di Gustav. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente. «Se hai paura di me, ti prego di dirmelo. Vorrebbe dire tanto per me, in questo momento.»

Ultimo Trip: 10. Il Giardino di Vetro

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Estratto

Willhelm le diede le spalle. Poggiò prima una mano titubante sulle foglie dell’albero, poi un’altra e aprì la tendina di foglie. Fece un passo fuori, si guardò intorno, e si girò incerto verso Adriana.
«Finisce così? Niente mostri? Niente fiamme, niente…?»
Adriana annuì. «Niente di niente. Finisce con un addio e un grazie.»
Willhelm finse un sorriso e fece scivolare via la mano dalla tendina.
«Grazie per avermi tenuto in vita, Willhelm.»
Willhelm si girò di spalle.
«Grazie per avermi tenuto in vita, Adriana.»

 

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Prossima Settimana – Stanza Grigia (Redux): 06. Equinox

Tra Due Settimane – Ultimo Trip: 11. Il Dono

Stanza Grigia (Redux): 05. La Stanza Grigia

finale

 

Estratto

«Oggi il piccolo Stanis ha morso la sua domestica,» disse lui, ridacchiando con tenerezza al ricordo del
suo piccolo. «Le ha strappato via la prima falange dell’indice. Volevo dirle che era fortunata che non le
avesse strappato la faccia per usarla come copertina, ma è la seconda che perderemmo in un mese,» rise
di nuovo. Era quella risata stanca, quella a cui si lasciava andare quando spezzava il silenzio dei loro
pasti con una battuta innocente che perfino lui riconosceva come non così divertente.
«Manchi al nostro piccolo, Fathima. Piange ogni notte, vuole la sua mamma.»

 

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P.s. 

L’ultima scena del capitolo potrebbe avere a che fare con questo capitolo da ultimo trip

Ultimo Trip: 10. Il Giardino di Vetro [Estratto]

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Vagò per quello che le sembrava un tempo infinito, con il fucile in una mano e l’altra a schermarsi gli occhi dal bagliore accecante che l’aveva inghiottita non appena ebbe calcato il primo passo fuori dalla sala ristoro in fiamme.

Willhelm se la caverà, pensava. Sarebbe rinsavito, avrebbe trovato la porta aperta, esattamente come l’aveva lasciata e l’avrebbe raggiunta in un attimo. Erano ancora connessi. La sua visione era quella di Willhelm e viceversa. Non l’aveva abbandonato, gli aveva solo lasciato un momento per sé, uno spazio per poter soffrire in pace, assorbire la notizia, realizzare che per quasi trent’anni gli avessero fatto credere che la loro bambina non c’era più. Se si trovava ancora lì, allora voleva dire che Willhelm era ancora vivo. O forse… forse la Luce era davvero arrivata. Forse aveva ragione ad avere fede. Forse non era tutto una bugia.

Ma quelli come te non bruciano mai…

Una parte di lei pensava che non doveva sentirsi in colpa per lui. Forse era quello che Fathima aveva sempre avuto in serbo per lui. Se ogni donna reale o immaginaria nella vita di Willhelm si fosse palesata, in quel momento, l’avrebbe inseguita a stringerle la mano e complimentarsi per essere riuscita a fare quello che per anni loro gli avevano potuto solo augurare. Tutte, forse, tranne una…

La luce cominciò a diradarsi. Gli occhi di V. si aprirono pian piano fino a spalancarsi di colpo: prima sollevati, poi affascinati alla vista di quello che si trovavano davanti.

Intere distese di prati di vetro color verde e bianco dondolavano pigramente spinte da delicate folate di vento. Non c’erano soltanto migliaia – forse milioni, – di esemplari della fogliolina che Willhelm teneva sempre con sé nel taschino: c’erano lunghi e sottili fili d’erba, a volte brillanti di un verde rigoglioso, altre di uno spento giallo, trasformato in un giallo dorato nella nuova incarnazione in vetro che li aveva dato Willhelm. C’erano minuscole margherite, trifogli e denti di leone che, se calpestati o anche solo sfiorati, perdevano i loro petali producendo minuscoli scricchiolii cristallini che si disperdevano nell’aria aria profumata insieme ai loro petali.

Foglie e fiori di vetro si piegavano molli sotto i piedi o le mani, proprio come avrebbero fatto le loro controparti originali in fibra. C’erano intere distese e colline di quel giardino trasparente e scintillante, ma non si poteva osservare il paesaggio troppo a lungo: il sole si rifletteva, riempiendo il corpo vuoto di ogni fiore e filo d’erba di una luce la cui origine restava sconosciuta, dato che non c’era nessun sole a stagliarsi sopra il cielo azzurro e senza nuvole.

V. camminò, assaporando il contatto gelido di quel vetro morbido contro le caviglie. Non riusciva a credere che questo potesse venire dalla testa di Willhelm. Sentiva di avergli rubato qualcosa, invadendo il suo posto felice, il giardino dove probabilmente andava a rifugiarsi dopo ogni viaggio nelle foglie di Fathima. Doveva essere il posto dove tornava, ogni volta che le foglie finivano per negargli la visione di sua figlia.

Willhelm avrebbe sicuramente voluto essere lì, mentre stava probabilmente bruciando in mezzo alle fiamme, gracchiando il nome di Dominique, tra le lacrime.

«Se la caverà. Troverà il giardino, se la caverà…» bisbigliava a se stessa, proseguendo per i prati.

Dopo qualche minuto di camminata, vide il riflesso di una figura alta e larga stagliarsi contro il cielo, simile a una gigantesca tenda. Man mano che avanzava, la luce attorno la figura si dissolveva, rivelandone i rami spessi, parzialmente nascosti dietro una chioma di foglie che ricopriva l’albero come un velo logoro, poggiato sopra un vecchio mobile dimenticato.

V. si fermò ad ammirare a bocca aperta il gigantesco salice piangente di vetro davanti a lei. Decine di esplosioni di luce pulsavano contro il manto d’argento, percorso dal sole. Fece un altro passo, aprendosi un varco tra le foglie come attraverso una tendina di perle.

Una Stanza Grigia (redux): 05. La Stanza Grigia [Estratto]

finale

 

Un altro lampo invase la stanza, illuminando il piccolo libro sul comodino. Poggiò l’agendina sul materasso, nello spazio tra lei e Gustav. Prese il libricino, accarezzando la copertina di stoffa color crema. Una volta aperto il libro e sfogliata la prima pagina bianca, una frase scritta in caratteri neri dava il benvenuto al suo lettore tra i suoi Fratelli:

Per Fathima, Stanis e i tutti i miei Fratelli, presenti e futuri,

‘’Nessuna Bugia. Nessuna Paura.’’

Sfiorò la frase con i polpastrelli, come per assorbirla attraverso la pelle. Uno spiffero d’aria le accarezzò la nuca, portando con sé brividi gelidi e di nuovo quell’odore dolciastro di vaniglia che impregnava la hall, i corridoi e ogni centimetro di spazio vivibile dell’hotel. Cominciò a sentire la testa vuota, come piena di elio. Ogni oggetto nella stanza appariva più leggero, intangibile, come se stesse galleggiando via lontano da lei. Inès scosse la testa e chiuse gli occhi, sincronizzandosi con l’andamento pigro del materasso ad acqua e della lettura.

Apparve dal nulla senza dare indizio del suo arrivo, come una buona notizia a illuminare l’oscurità dei boschi. Mio padre mi aveva sempre avvertito: «non entrare nei boschi, non c’è niente di buono lì dentro, niente di buono per te.»

Chissà dove sarei adesso, se gli avessi dato ascolto.

Bastò un suo richiamo, un sussurro disciolto nell’afa notturna per ignorare ogni divieto e trascinarmi nel buio, dritto verso di lei. Man mano che avanzavo, il suo respiro cominciava a farsi più distinto in mezzo agli altri suoni sconosciuti che abitavano quel bosco, finché ogni suono non cominciò a prendere la forma del mio nome.

Ivar…

Ivar…

Arrivato ai margini della radura, scoprì che quel sussurro veniva da lei: una macchia bianca nel bosco, stesa in posizione fetale tra le edere, i rampicanti e le radici che le avevano dato la vita.

Non ebbi alcun timore, alcuna paura. Mi avvicinai a lei con la stessa sicurezza a cui mi sarei avvicinato alla moglie, l’amica, l’amante, la Sorella che sarebbe stata per me. Le radici strisciarono dolcemente lontane da lei, liberandola dalla loro stretta per sacrificarla nel mio abbraccio. Quel verde da cui mio padre mi aveva sempre intimato di stare alla larga mi aveva appena donato la loro figlia più preziosa. Nella stretta del suo abbraccio, nonostante la pioggia e l’umidità che penetrava nelle ossa, giurai di poter sentire il calore tenue della Luce che avrebbe donato a me e ai suoi Fratelli scaldare i suoi abiti,

Le scostai i capelli dal viso. Avvicinò le labbra al mio orecchio e pronunciò ancora una volta il mio nome.

«Ivar…»

La sua voce sapeva di edera e vaniglia. Quel sentore non mi avrebbe più abbandonato: avrebbe impegnato ogni stanza, ogni metro di strada che avrei percorso. Non struggetevi, se conoscete la fine di questa storia. Fathima non mi ha mai abbandonato e non ha mai abbandonato nemmeno voi, Fratelli miei. Da quando la nostra Sorella ci ha abbandonato per diventare finalmente Luce, l’odore di vaniglia nell’aria è il segno che la sua voce, la sua voce è ancora qui, in mezzo a noi.

Le vertigini si fecero insopportabili, così come la nausea che le stringeva la gola e lo stomaco.

‘’L’odore di vaniglia nell’aria era il segno che la sua voce era lì con me’’.

Quello stesso odore di vaniglia impregnava la sua camera da letto. Gli oggetti sembravano ancora troppo leggeri, troppo lontani. Guardò verso la finestra, convinta di vedere uno scenografico tuono squarciare la tranquillità, alimentare l’ansia prodotta da quello che le sembrava una storia di fantasmi.

Ultimo Trip: Capitolo 9 – Arto dopo Arto, Dente dopo Dente

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Estratto

La sala ristoro sembrava essersi ridotta nella mensa di qualche ridicolo parco a tema preistorico. Non vi si trovava alcuna traccia del prevedibile caos primordiale nella maniera in cui le piante avevano preso possesso di quell’area: i rampicanti pendevano pigramente dal soffitto in maniera ordinata, come le liane di una qualche scenografia esotica.

Foglioline verdi e petali bianchi erano sparpagliati sui lunghi tavoli di plastica grigi. Innocue e immobili, sembravano essere messe lì per puro e semplice abbellimento. Non c’era una goccia di sangue a sporcare la sala, non un arto mozzato; nessun corpo a parte uno, ancora vivo, seduto a testa bassa sul tavolo a mangiare quella che sembrava una zuppa. Nascosti nell’ombra, un’intricata ragnatela di corde sottili lo circondava, dando l’impressione di uscire direttamente da lui come i fili di un burattino.

Aveva lunghi capelli castani che teneva bassi sul volto, arrivando quasi a sfiorare la zuppa con le punte.

Continuava a bisbigliare qualcosa, interrompendosi solo per portarsi il cucchiaio alla bocca e risucchiare la zuppa. Le parole gli tremavano in bocca, come se le labbra fossero troppo affaticate per poterle pronunciare, sfruttando fino all’ultima goccia di fiato rimastagli nei polmoni.

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Piccola nota: del personaggio di Marco si è già parlato apertamente in ”Qualcosa è Andato Orribilmente Storto (Parte 1)” che potete leggere qui.

Capitolo 4 – L’Uomo con la Pistola (Parte 2)

finale

Estratto

Castelchiasso sembrava essere costruita all’interno di una campana di vetro che impedisse al vento del tempo di sfiorare lei e i suoi abitanti. Certo, capitava di vedere Smart e SUV tornare indietro a bassa velocità per l’unica strada che portava alla rotonda al centro del paese, come se si fossero persi o volessero esplorare chissà quale territorio sconosciuto. I bambini camminavano con il cappuccio calato sulla testa e gli occhi bassi sui sui loro smartphone, indossando magliette e cappellini di supereroi, rapper o gruppi black metal sconosciuti (Gustav giurò a Inès di aver addirittura intravisto spuntare tra i boschetti dietro il paese un paio di visi infantili pitturati di bianco e nero). Si potevano vedere televisori a schermo piatto dalle finestre delle graziose case color crema, con la silhouette delle loro teste sempre immobile davanti alla luce fosforescente. I cancelletti delimitavano prati fioriti, cespugli perfettamente potati e cani pigramente stesi in mezzo ai nani da giardino, come per fargli la guardia. Eppure, già voltando la testa verso i mattoni rossi leggermente anneriti dallo smog della scuola elementare, nascosta in mezzo alle file di alberi sottili che delimitavano la strada principale, con le sue insegne e il piccolo obelisco in bronzo arrugginito che spuntava fuori dal cortile d’asfalto, non si poteva non avere la sensazione che qualcosa di antico si posasse su ogni cosa, come una sindone di polvere.

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Prossima settimana:

Ultimo Trip: 09. Arto dopo Arto, Dente dopo Dente

Estratto da ”Ultimo Trip: 09. Arto dopo Arto, Dente dopo Dente”

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Siamo a quattro capitoli dalla fine… (di Ultimo Trip. Zeitgeist ha ancora tanto da raccontare). Ecco un secondo,  breve estratto dal prossimo:

«Oddio, ma non eri al Terzo Ciclo? Pensavo aveste voi la ‘’verità’’, no?» Vedendo gli occhi di V. brillare di lacrime e le labbra torte per il disgusto e la confusione, si sporse verso di lei. «Sei come me,» disse. «Sei esattamente come me. Sai meno di tutti gli altri perché come con me hanno deciso che farci sapere la verità non era qualcosa di utile al loro scopo. Pensavate di essere di quelli più vicini alla verità, invece non siete neanche all’inizio tunnel di merda in cui ci trovavamo tutti.»

«L’unica verità che conosciamo tutti e due,» disse V. «È che se se strofino la tua faccia contro un muro, in due minuti le piante si prenderanno le tue palle da parte per colazione. A meno che tu non mi dica di cosa diavolo stia parlando.»

«La Luce è arrivata. Hanno già le nostre palle per colazione,» rispose Marco, con le braccia alzate dai fili di piante a indicare il verde che aveva divorato la sala. «Non servono le minacce. Siamo Fratelli, adesso più di prima. Prenderei un caffè, adesso…»

«Marco,» lo supplicò V. «Ti prego…»

«Certo, scusami… scusatemi. Quello che volevano da noi era mettere su un esercito. Non un esercito metaforico. Veri soldati, addestrati. Non volevano la pace delle nostre menti, non volevano che avessimo chissà quale rivelazione, se non quella che ci davano loro. Le nostre braccia, la nostra rabbia, quelle gli erano sufficiente. Ci addestravamo tre volte alla settimana. Gli altri giorni ci insegnavano a manovrare i barili, studiare le piantine del sistema idrica e dei gasdotti delle nostre città, a sintetizzare la nuova formula delle foglie.»

«Lo sapevo che era merda chimica,» disse Willhelm, incrociando le braccia.

«Willhelm, dio cristo…» lo richiamo V.

«Questa è la differenza tra i Vecchi e i Nuovi. I Vecchi andavano di gran discorsi, miracoli e libricini per diffondere loro storie. Il concetto dei Nuovi è che il resto del mondo avrà la verità, che la voglia o meno, come un cazzo di video virale. C’è una squadra per ogni comune, ogni città, ogni stato. Sono partiti un paio di ore fa. A me non fregava un cazzo, volevo solo curare me e mia sorella, ricominciare a vivere. Non ho più niente, adesso. Niente di niente. Solo la ‘’causa’’.»

Stanza Grigia (Redux): 04. L’Uomo con la Pistola (Parte 1)

finale

 

Estratto

«Dico che possiamo lavorarci. Dico forse questi personaggi hanno di meglio da mostrarci.»

Inès sorrise. Il sole faceva sparire la sua pelle pallida, lasciandole solo le labbra rosse e un paio occhi verdi che emergevano come da un foglio bianco.

«Se iniziassimo il secondo atto prendendo la macchina, facciamo un giro in paese…» le prese il viso con entrambe le mani, avvicinandola di nuovo alle sue labbra. «Dove nessuno si aspetta niente da noi e non non ci aspettiamo niente da nessuno.»

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(Per chi dovesse aver letto la ”vecchia’ Stanza Grigia, i primi tre capitoli della versione ”redux” pubblicata fino adesso erano una versione più o meno ripulita e migliorata della prima. Da qua in poi ”Stanza Grigia” diventa una storia nuova. Spero apprezziate, e prometto che le cose esploderanno molto prima del capitolo 6)

Ultimo Trip: 08. Neve ad Agosto (Parte 2)

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Estratto:

«Questo mondo di attori e scenografie di cartapesta,» continuai, solenne, camminando con le braccia dietro la schiena, intento a recitare il mio ultimo monologo. «Indossa il suo abito migliore, ti porge una mano e ti fa girare la testa a forza di dirti quanto sei speciale, ti sussurra come il resto del mondo imbruttisce intorno a noi, mentre tu resti bellissima. Finalmente t’invita a cena e, quando arrivi al grande tavolo, ti accorgi di trovarti in uno squallido buffet di bestie e che la portata principale sei tu. Si radunano compatti intorno a te, ti lacerano, ti masticano, succhiano tra le labbra ogni lembo di carne, ne assaporano il sangue e poi ti sputano via, pulendosi pure la bocca disgustati. Pensavano che fossi buono, ma l’aspetto è sicuramente meglio del sapore, questo pensano. Poi puntano il dito verso un altra portata e accorrono in massa, sgomitando verso il prossimo piatto, sicuramente più buono e più fresco. E tu resti sul pavimento, immobile. Cerchi di rialzarti, ma ti hanno spezzato le gambe prima, per non farti scappare più e costringerti a guardarli divorare qualcosa di più buono di te.»

Mi avvicinai a lei, appoggiando la mano sul bancone. Mi piegai sul suo viso. «Questo non succederà alla mia bambina, non come al suo papà. Nessuno affonderà i denti su di lei. Non conoscerà quel dolore, non ne ha bisogno.»

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(Se qualche scena vi dovesse risultare familiare, è probabile che ne abbiate già letto qualcosina qui)

Prossima Settimana: 

Stanza Grigia: 04. L’Uomo con la Pistola