ULTIMO TRIP: 12. Snaporaz (aka ”il capitolo perduto”)

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Dopo un annetto in cui mi ero deciso a non toccarlo mai più, ho ripreso in mano ”Ultimo Trip” per una correzzione veloce e indolore.

Doveva essere veloce e indolore.

Tra i  vari refusi da correggere ho trovato un buco nella trama che ho deciso di colmare con questo ”capitolo perduto” che si colloca tra il capitolo 11 (”Il giardino di vetro”) e il capitolo 12 (”Il dono”).

La lascio qui di seguito, completo. POtete scaricare il libro completo ”Ultimo trip di un Don Giovanni Perbene” con ”capitolo perduto” incluso (sempre gratuito, sempre nei soliti due formati) qui.

 

(P. S. – anche il restyling di ”Una Stanza Grigia” doveva essere veloce e indolore, ma nonostante  tutti i vari impegni e ostacoli, avrà un finale. Basta pazientare).

 

Capitolo 12 – Snaporaz.

«Eeeeeee… Stop!»

Le luci si spensero sul giardino di vetro, lasciando soltanto il debole scintillio delle foglie a brillare debolmente nell’oscurità. Poi, con uno spesso scatto meccanico, i fari sopra la sua testa si accesero, illuminando il set. Strauss lanciò un urlo, alzò le braccia e si schermò il viso con le mani. L’odore di vaniglia scomparve, cancellato da quello di segatura e fumo di sigaretta. Quando il bagliore s’indebolì, Strauss abbassò le mani e rimase a fissare impotente le sagome di cartone a forma di albero e colline davanti a lui. Il verde dell’erba e le foglie trasparenti e multicolore erano state dipinte rozzamente sul cartone con tempera e pastelli. I tecnici arrivarono e, senza degnare Willhelm di uno sguardo, portarono via il salice piangente e la sagoma nera di Adriana. Un brusio di voci emerse alle sue spalle. Strauss si girò e i suoi occhi scattarono confusi verso i vari assistenti, gli operatori di macchina e gli altri tecnici che riempivano il capannone dove sembrava trovarsi.

«Ecco quello che cosa rimane dopo,» disse una voce calma e nasale alle sue spalle. Willhelm si girò di scatto, come una preda braccata. «Disegni rozzi dipinti a tempera su cartoni di fortuna trovati in qualche discarica. Una scenografia buona nemmeno per uno spettacolino delle elementari.»

La bocca di Willhelm, mezza spalancata per la sorpresa, si chiuse. Abbassò le braccia e si mise dritto con la schiena, rilassando le spalle. Ogni movimento era accompagnato da una lentezza prima dovuta all’incredulità, poi alla rabbia e alla fine al disprezzo. L’uomo stava nell’ombra intorno al quadrato giallo che i fari proiettavano sul pavimento. Qualche raggio obliquo riusciva ad illuminare il ciuffo nero e tendente al grigio ben pettinato sulla destra e le spalline del completo. Nella penombra, riusciva a vedere la cravatta nera slacciata sotto il pomo d’adamo e la mantellina nera, simile alla sua, svolazzare dietro le gambe. Willhelm si chiese da quale set avesse rubato quell’abito: da ‘’8 e ½’’? ‘’La dolce vita’’? Forse da ‘’La notte’’.

«Mancava qualcuno,» gli disse, guardandolo di traverso.

«Mai andato via,» disse la figura, restando nella sua posizione, con le braccia rilassate incrociate dietro alla schiena.

Willhelm strinse le labbra e scosse la testa. «Mai.»

«Non che l’abbia voluto io. Sei tu che insisti con questa rivalità che ti sei inventato tu.»

«Inventato un bel paio di palle, Mastroianni,» rispose Willhelm con un ruggito, usando un tono canzonatorio nel dire ‘’Mastroianni’’. «Mi hai rubato il ruolo. Mi hai rubato Snaporaz.»

«Ma chi ti ha rubato nulla,» rispose Mastroianni, uscendo dall’ombra e raggiungendo Willhelm al centro del quadrato di luce. Si era vestito come lui: stesso abito, stessa mantellina e cappello, stessi occhiali da sole. «Io ero a farmi i fatti i miei, in santa pace, mentre tu te la dormivi bene sugli allori. Ho accettato un lavoro e tu te lo sei lasciato sfuggire. Ti ricordi almeno dov’eri quando hai avuto la notizia?»

Willhelm si rabbuiò, quasi imbarazzato, e abbassò la testa. Rimase in quella posizione per qualche attimo, mentre Marcello attendeva pazientemente davanti a lui.

«Smaltivo una sbornia su un gigantesco letto di seta blu con due ammiratrici. Almeno, ‘’ammiratrici’’ si facevano chiamare. È stata l’ultima telefonata che ho ricevuto da Camille. ‘’Mastroianni farà il nuovo di Fellini’’. E poi ha buttato giù. Io, Camille e Dio sappiamo quanto ho lottato per avere almeno un’audizione. La sua voce che portava quella notizia ha spazzato via dalla bocca una notte di Negroni e sigarette.»

«Dai la colpa al Negroni, allora, non a me…»

«No, a te do la colpa. È un mio diritto, odiarti e darti la colpa e non devo giustificarlo a nessuno. Ti odio e basta, ma non sempre, no. Al cinema, con la testa alzata a vedere la tua faccia che occupava lo schermo, a vedere i tuoi occhi gentili, il tuo viso buono e rilassato, quella posa indecisa come se non sapessi mai cosa ci facessi lì in mezzo nel mondo… tutte quelle cose per cui tutti ti amavano e che io sognavo di essere. Ti rendi conto cosa poteva essere per me in quegli anni in cui sapevo di essere arrivato sul ciglio del burrone incontrare il mio riflesso in una vetrina all’uscita dal cinema dopo un tuo film?»

«Ma mi odio anch’io Willhelm, anche se non per i motivi tuoi,» rispose Marcello, scoppiando in una risata calma, parlando con tono amichevole. «Per questo faccio il lavoro che faccio. Dodici ore al giorno in cui potevo permettermi di non essere me stesso. Potevo ritrovarmi a essere una persona peggiore di me, certo, ma non ero me. Questo era il grande vantaggio. »

«E… e perché ti odiavi?»

Marcello aggrottò le sopracciglia.

«Non sono fatti tuoi questi. È il tuo viaggio questo, mica il mio.»

Willhelm rimase a fissarlo a bocca aperta e annuì.

«E tu?» chiese Marcello. «Perché hai deciso di fare il lavoro che fai?»

«Non lo faccio più.»

«Ma sì che lo fai, ogni giorno, anche se il tuo unico pubblico sei tu.»

«No, ormai il mio pubblico sono i miei Fratelli. Sono un ‘’dono’’, adesso,» le spalle di Willhelm si scossero in una risata simile a quella di Marcello. «Un dono…»

«E non era quello che avevi sempre voluto essere? Un oggetto luccicante in cima a un podio che tutti potevano ammirare con le bocche spalancate e le mani giunte in estasi, esprimendo quella stessa invidia, quello stesso amore che ti colpiscono …»

«Come gli schizzi colpivano te nella fontana di Trevi.»

Marcello sorrise.

«Esatto. E lo sei stato, no? Lo sei stato tutto questo e ancora non sei contento»

«Sono stato uno scrittore, un partigiano, un vagabondo del circo, un astronauta, un donnaiolo, un investigatore privato, un politico corrotto e un cowboy cieco, finché, alla fine, non sono diventato più niente. La qualità dei miei film è scesa. Ero in bancarotta e accettavo tutto quello che potevo per ripagare tutti i lussi che ho accumulato negli anni. Mi sono umiliato di fronte a tutta l’Italia, probabilmente l’Europa…»

«Nessuno può umiliarti se non si ricorda di te.»

Willhelm digrignò i denti e sbuffò.

«E io che mi stavo scordando perché ti odio tanto.»

Marcello sorrise e fece spallucce.

«Oh Guglielmo,» Marcello si aggiustò gli occhiali e cominciò a girare in cerchio intorno a Willhelm. «Hai voluto tutto, subito, fino all’ultima briciola sotto il tavolo finché alla fine non è rimasto più niente. È una cena con una sola portata la nostra, qualcuno avrebbe dovuto avvertirti o ci saresti dovuto arrivare, i segni c’erano tutti, chiari, intorno a te. Ma che dico, lo hanno fatto, lo hanno fatto mille volte e conoscevi le avvisaglie della catastrofe. Ci ha provato la mamma, Willhelm, ci ha provato Camille a metterti in guardia. Probabile che te l’abbiano detto anche le tue ‘’ammiratrici’’ un paio di volte, chi lo sa, ma tanto che a che serve, quando mai il grande Willhelm Strauss si è deciso ad ascoltare qualcuno?»

«Te. Te ho deciso di ascoltare.»

Il sorriso si spense sulla faccia di Mastroianni.

«Non te lo ricordi, vero?» disse Willhelm, mostrando un sorriso storto. «Certo che no. Avevi fatto la stessa faccia quando ti avevo incontrato, quando ti avevo detto che ero un attore anch’io e ti avevo fatto la lista dei miei film. Tu hai fatto un sorrisino, mi hai fatto i complimenti e sei tornato a farti i fatti tuoi. Non c’hai provato nemmeno a fare finta. Da quando ho iniziato a posare per le prime pubblicità ho cercato di imitare ogni tuo sguardo, la tua andatura, quella cazzo di faccia che ti ritrovi che sembra dire: ‘’non ho idea di che cazzo succeda’’. Mi sono fatto i capelli come te, mi sono fatto i tuoi stessi vestiti , ho cambiato la dieta per avere il tuo stesso aspetto, ho lavorato con gli stessi registi: Antonioni, Risi, Monnicelli, ma niente. Niente. Niente di niente. Il mio film era sempre quello di cui qualcuno aveva sentito parlare, i tuoi…» Willhelm rise e scosse la testa. «Ero quasi diventato la tua copia sputata. Senza saperlo mi ero calato nel mio ruolo migliore, ma ancora non ci riesco. Ancora non ci riesco a essere come te. I miei film finivano spesso nel dimenticatoio, dopo un po’, accettavo ruoli senza criterio, sperando che fosse quello giusto. Ero famoso solo per la mia vita esagerata, per tutti i soldi che sperperavo, ma non per il talento. Poi, arriva la notizia: Federico Fellini cerca un protagonista per il suo nuovo film. Camille, che era la grande professionista che era, riesce a catturare qualche dettaglio sul soggetto e qualche scena dalla sceneggiatura, se sceneggiatura si poteva chiamare in quella fase. Doveva parlare di un uomo nel mezzo di una crisi artistica ed esistenziale. Si sarebbe trovato costretto a rivivere le sue paure, le sue ansie, i suoi errori. Le donne, l’amore, la paralisi. Quel film parlava direttamente con me. Io dovevo diventare Snaporaz. La gente avrebbe capito chi era finalmente Willhelm Strauss, si sarebbe commosso per me, avrebbero finalmente detto: ‘’povero Guglielmo’’. Immaginavo tutti gli amici e le ragazze che mi avevano deriso e rifiutato pentirsi della loro condotta nei miei confronti. Avrei finalmente avuto l’occasione di affrontare me stesso sul set,» mentre parlava, i fari illuminarono le pareti del set, proiettando alcune scene di ‘’8 e ½’’: la scena iniziale con Snaporaz legato come un palloncino sulla spiaggia e quella dove rende visita alla salma del padre nel cimitero; la scena della Saraghina e quella dell’harem, fino alla scena del viaggio in macchina con Claudia Cardinale, proiettata direttamente sui corpi di Willhelm e Marcello. «Non avrei dovuto recitare, non mi sarei dovuto ritrovare come in quelle settimane dopo aver girato a cercare di ricordarmi chi ero per poi disprezzarmi e sperare di trovare un ruolo adatto per cancellarmi di nuovo, una volta ritrovatomi. Avrei trovato il coraggio, avrei avuto il talento. Pareva che Federico sia indeciso. Forse vuole Chaplin per il ruolo, forse Laurence Olivier. Era arrivato il mio momento e soltanto Camille poteva aiutarmi ad afferrarlo, ma poi…»

«Poi l’hai cacciata via come un cane vecchio.»

«Sono rimasto da solo, sbronzo su un letto di seta blu.»

«Troppo sbronzo per afferrare quel momento.»

«E tu, ti sei preso pure quello. Il mio momento, la mia vita che non ti apparteneva.»

«Avevi ragione, riguardo quel giorno quando mi sei venuto a parlare. Io non conoscevo Willhelm Strauss. Non potevo sapere di farti un torto.»

«No, non lo potevi sapere, ma te l’ho detto ormai sentivo di essere diventato il tuo gemello imperfetto. Ti guardavo e l’unica cosa che potevo vedere era quello che non avrei mai potuto essere e quando mi guardavo allo specchio, invece, potevo vedere solo quello che non sarei dovuto mai diventare.»

«Non è per questo che esistono i figli, Willhelm? Per diventare il futuro che non abbiamo mai avuto?»

Willhelm strinse i pugni e chiuse gli occhi.

«Se non potevo essere io ad avere il futuro che volevo, allora non poteva averlo nessun altro,» rispose, cercando di trattenere il tremolio nella voce.

«Va bene, Willhelm. Capisco,» Mastroianni si aggiustò gli occhiali sul naso. I fari smisero di proiettare le immagini dal film, lasciando soltanto le pareti nude e le loro ragnatele di crepe. Poi, Un clacson suonò dal buio che circondava il set. I fari di una macchina emersero dall’oscurità come un paio di occhi, illuminando i due attori.

«La tua macchina è arrivata,» disse Mastroianni, scansandosi per far posto all’auto sportiva nera che avanzava lentamente verso il centro del set.

«Chi…?» chiese Willhelm, alzando gli occhiali e piegandosi per scrutare l’autista nascosto nell’ombra.

«È il tuo passaggio Willhelm.»

«Per dove?»

«Ma per andare via, fuori da qui. Non volevi cercare tua figlia?»

Willhelm si avvicinò al finestrino del passeggero e mise le mani a coppa intorno agli occhi per poter scrutare meglio l’interno.

La portiera si aprì con uno scatto, spaventando Willhelm e facendolo indietreggiare.

«Avanti, Willhelm, cosa aspetti? Non possono far partire i titoli di coda se non sali.»

Non si ricordava come fosse salito, né se avesse salutato Marcello prima di partire. In un battito di ciglio si ritrovò seduto sul sedile del passeggero con la cintura allacciata e una sigaretta fumata fino al filtro tra le dita.

Davanti a sé c’era solo una strada a una corsia illuminata dai fari dell’auto. C’era solo la strada e nient’altro. La notte divorava il paesaggio senza fornire alcun indizio su dove si trovassero, su dove stessero andando.

Girò la testa alla sua sinistra. L’autista guidava con entrambe le mani sul volante, muovendo meccanicamente le braccia a ogni curva o per cambiare marcia. Willhelm aprì il finestrino e gettò via la sigaretta. L’aria entrata nell’abitacolo era calda e frizzante; un calore che gli ricordava l’estate.

«Perdo tempo a chiederti chi sei, non è vero?» chiese Willhelm, alzando il finestrino con la manovella. L’ombra non rispose, tenendo gli occhi e la testa puntati verso la strada.

Willhelm si girò di nuovo a guardare la strada.

«E anche a chiederti dove stiamo andando, giusto?»

L’ombra rimase ancora in silenzio.

«Ti ho conosciuto? Ce l’hai con me? Mi hai voluto bene?»

«No,» rispose l’ombra. Aveva una voce femminile, roca e profonda. Un suono che tempo prima Willhelm avrebbe riconosciuto come un richiamo.

«Non ti ho mai conosciuto?»

«Non hai mai voluto bene. A nessuno.»

A pochi metri da loro c’era l’unico lampione di tutta la strada. Willhelm tenne gli occhi fissi sull’ombra, pronto a intercettare il momento in cui i fari l’avrebbe illuminato anche un solo tratto, il sufficiente per riconoscerla. Arrivati a pochi passi, Willhelm si avvicinò, sforzandosi di non sbattere le palpebre per non perdere quell’attimo, ma fortunatamente per lui, quel rapido frangente sembro durare un’eternità.

La luce bianca del lampione investì i capelli ramati e ricci che le ricadevano sulle spalle. L’ombra dello specchietto retrovisore le tagliava il viso in due, lasciando scoperti solo gli occhi verdi, le labbra rosse e il neo nero poco sopra l’angolo della bocca.

Superato il lampione, la notte inghiottì l’ombra di nuovo.

Willhelm si lasciò cadere sullo schienale, sconvolto e ferito, con il viso affranto rivolto verso la strada. Scosse la testa e si lasciò andare a una risata, simile a uno scoppio di pianto.

«Non era così che volevo farlo finire, ma forse è il finale migliore,» disse.

«Che finale volevi scrivere, se nemmeno sapevi cosa volevi raccontare?»

«Volevo… volevo il mio ‘’8 e ½’’, ma senza tutta la fanfara col circo alla fine. Volevo raccontare la storia che pensavo per me. Un uomo arrivato a un punto della sua vita che non poteva permettersi di perdere nulla alla disperata ricerca di sua figlia. Volevo che ripercorresse la sua vita, i suoi ricordi felici, piena di successi, lusso, amori perduti e ritrovati, ma poi sarebbe culminata con l’amore più grande di tutti: la sua bambina. Quel vecchietto l’avrebbe presa per la mano paffuta e l’avrebbe strappata via da quella prigione di rimpianti e di nostalgia. L’avrebbe riportata nel suo mondo, nel presente, dove lei era la splendida donna che lui aveva sempre sognato sarebbe diventata. E poi…»

Quando la sua voce si spezzò, Willhelm s’interruppe.

«E poi?» chiese l’ombra.

Willhelm sospirò. Fece oscillare la testa, come indeciso e disse:

«E poi questo. Questo è dove andiamo a finire, Dominique. Questo è il finale giusto per un vecchietto che non ha mai voluto bene a nessuno.»

Si girò verso di lei. Strinse le palpebre, sperando di poter recuperare qualche particolare di poco prima.

«Stiamo andando lì, vero? Stiamo andando verso la spiaggia?»

Sorrise e allungò una mano verso di lei, appoggiandogliela sul braccio. La sua pelle era viscida e melmosa al contatto. Ritirò il braccio e si guardo il palmo, imbrattato di fango e rametti.

Il sorriso si tramutò in una smorfia di dolore. Scosse la testa, arreso.

«Non verrai con me. Non ci sei tu dove mi stai portando.»

Il guardrail emerse dalla nota come una ferita aperta con una lama. L’ombra di Dominique levò le mani dal volante, lentamente. Poi, tolta la cintura, si allungò verso di lui, rivelando sotto la luce argentea della luna il corpo di terra, foglie e radici. Erano spariti i capelli, gli occhi verdi, il neo e le labbra rosse e carnose. Rimase solo un’ombra di fango a stringere la testa di Willhelm contro il suo petto e, poco prima che quella famigliare esplosione di metallo riempisse l’abitacolo, Strauss poté sentire una parole rimbombare nel petto di quella che avrebbe desiderato tanto essere sua figlia.

«Papà?»

Giorno 5

Mattina.

Sentiva il terreno graffiargli la schiena, mentre veniva trascinato verso l’esterno, così come sentiva il sole tiepido sulla faccia e il crepitio del legno, divorato dal fuoco.

Poi, le braccia che lo trascinavano si fermarono, facendolo cadere a terra come un sacco di carne. Qualcuno cadde a terra, sbuffando e gemendo seduto vicino a lui.

«Mi devi un favore, vecchio coglione,» gli disse la voce di Inzani.

Quando aprì gli occhi lo trovò vicino a lui, esausto, ad asciugarsi la fronte madida di sudore.

Piegò la testa in giù e vide l’hotel, totalmente ricoperto dall’edera e dai rampicanti. Un fumo e nero e denso usciva dalle finestre e la porta, le uniche zone a non essere state divorate dal verde.

«Anche se non averti trovato vestito da donna potrebbe già risultare come un favore,» continuò Inzani, guardando afflitto il suo hotel andare a fuoco.

«È… è arrivata…»

«No, nessuna Luce,» disse Inzani. «Non che abbia mai avuto un orario, in effetti.»

L’odore del fumo, mescolato con la vaniglia e il legno, arrivava a zaffate, facendogli girare la testa.

«Sono tutti morti?»

«Non lo so. Forse,» rispose Inzani, facendo spallucce. «Non importa. È finita, di questo ne sono sicuro,» si girò su un fianco a prendere qualcosa e gli lanciò un plico di fogli, insieme alle chiavi di una macchina. «Ma non per te. Il tuo cerchio deve ancora chiudersi, ”Fratello”.»

Willhelm si mise seduto e sfogliò il plico. Erano il manoscritto della sua biografia, le cartelle cliniche di Dominique e le foto che la ritraevano nel letto d’ospedale.

«Vai in piazza,» disse Inzani, continuando a fissare l’hotel in fiamme. «Entra nella chiesa, sposta l’altare, scendi quelle stupide scale e lì trovi Dominique, insieme a tutti gli altri.»

Willhelm guardò Inzani, sbalordito.

«Lo sapevi?»

Inzani chiuse gli occhi e abbassò la testa. «Sì, ho sempre saputo che Dominique era ancora viva.»

Willhelm chiuse le chiavi in un pugno e si lanciò su Inzani. Gli prese il collo tra le mani e cominciò a stringere, ringhiando come un animale furioso.

Inzani lottò, cercando di colpirlo come meglio poteva, gemendo con la bocca spalancata per cercare di catturare più aria possibile. Con le ultime forze, chiuse la mano in un artiglio e afferrò il cavallo di Willhelm, facendogli finalmente mollare la presa sul suo collo.

Cadde a terra, su un lato, gemendo con i genitali stretti tra le mani. Inzani si alzò e gli girò intorno.

«Testa di cazzo!» urlò, mollandogli un paio di calci. «Te l’ho detto, è finita. Se vuoi ammazzarmi fai pure, ma quello è tutto tempo che rubi a tua figlia.»

Placato il dolore, Willhelm si stese sulla schiena, esausto.

«Perché mi aiuti?»

Inzani rimase a pensarci, massaggiandosi il collo e ansimando, esausto.

«Lo faccio per me, Willhelm. Perché penso sia giusto. Perché siamo vittime, alla fine: lo sei tu, la sono io, perfino quella pazzoide di Angelica la è. Perché tutti devono sapere la verità e in quel cazzo di manoscritto c’è tutta la verità che la gente deve sapere su questo posto. Anche se, cristo, lo farei passare a un correttore di bozze, prima.»

Willhelm si alzò. Raccolse tutti i suoi fogli. Prese le chiavi e si mise a cercare la macchina.

«È la Panda,» disse Inzani, indicandola vicino all’hotel, continuando a massaggiarsi il collo. «È di quel tizio, lo scrittore, quello dello spettacolo.»

Willhelm guardò la macchina, poi Inzani.

«È morto pure lui?»

«E a te che frega? Vai via da qui, prendi Dominique e lasciati questa stronzata alle spalle.»

Willhelm e Inzani si scambiarono un ultimo sguardo. Si levò gli occhiali, come per capire se quella che vedeva negli occhi di Inzani fosse paura o malinconia per vedere tutto finire in fiamme e divorato dalle foglie, una forza più grande di loro.

«Grazie,» disse Willhelm.

«Fottiti,» rispose Inzani, salendo le scale e rientrando nell’hotel.

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Flumbers (Atto I) – Work in Progress # 1

Prime tavole del primo numero di Flumbers – Atto I.

Il racconto originale (”Fluffers”) è scaricabile qui (ovviamente il fumetto sarà una versione mooolto più ampia della storia).

I disegni sono a opera di Salvo Moscatt

Stanza Grigia: Capitolo 13 – Sorella (Parte 1)

finale

 

Estratto

 

«Cosa pensavi,» continuò Mariù. «Che perché l’inferno è scoppiato sopra le vostre teste il tuo Gusty si sarebbe fatto crescere un paio di palle?»

Inès non rispose. Tirò su col naso e si lasciò scampare un lamento di dolore.

«Va bene, hai ragione,» continuò Mariù. «Tutto quel buio, niente luce… sono diventata troppo cinica. Allora mettiamola così: Gustav torna con quell’esercito che tanto vorresti e butta tutto giù fino alle fondamenta. L’amore vince di nuovo. Ma tu? Tu vinceresti? Lo hai sentito quell’odore, prima, quando hai tirato su col naso? Quello di carne andata a male da settimane? Sei tu, tesoro. È la tua carne morta che marcisce piano piano, bruciata dalla febbre. Il puzzo viene tutto dalla ferita alla testa ma si sta spandendo. Come pensi che continuerà quando uscirai da qui? Continuerai a decomporti, forse per settimane, forse per mesi. Nessuno vuole tenere carne marcia nel frigo, figurati nel proprio letto…»

«Perché sei ancora qui?» chiese Inès, frustrata. «Perché mi fai questo?»

Mariù le prese il viso tra le mani

«Perché la tua voce non è abbastanza forte per urlare,» Mariù spostò il pollice, le abbassò il labbro inferiore e le accarezzò un canino: nuovo, scintillante e affilato. «Perché non puoi startene tutta sola quando le tue nuove zanne crescono.»

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Stanza Grigia: Capitolo 12 – ”Una scintilla mi ha detto…” (Capitolo Completo – Download)

finale

 

Estratto

Arrivati a un certo punto, i ricordi non valgono più niente, soprattutto quando qualcuno non c’è più. Col tempo si confondono a tutti gli altri eventi, sogni, fantasie e incubi al punto da farti dubitare di averli vissuti davvero. Già dal primo minuto in cui perdi qualcuno, ogni momento che avete passato insieme viene stoccato in aree del nostro cervello non troppo lontane da quelle dove vengono raccolti i déjà vu o gli indizi dei sogni.

Penso a quando nei telefilm muore un membro del cast e uno dei protagonisti entra nella sua camera da letto e sorride con nostalgia a vedere gli ologrammi suoi e del caro perso nei loro giorni felici, inconsapevoli del fatto che tutto sarebbe finito in uno schianto di mezzo secondo, che i sorrisi sulle loro facce sarebbero rimaste incastrate tra le lamiere, lucidi di sangue e benzina.

Ci avevo provato i primi giorni che Mariù se n’era andata. Me ne stavo sulla soglia della nostra camera e aspettavo che i nostri ologrammi si palesassero sul nostro letto, nudi ed esausti a ridere delle nostre sciocchezze, delle volte che sceglieva per me la camicia e la cravatta giusta da abbinare alla giacca o quando mi incoraggiava a sorridere di più. Mi sarebbe bastato anche vederci mentre ci davamo le spalle, ognuno seduto al proprio margine del letto senza rivolgerci la parola, con le facce tese per la rabbia e l’umiliazione, ma non arrivava nulla. Strizzavo il cervello per trasformare quei ricordi in spettri, ma l’unica cosa che riuscivo a vedere era una stanza spoglia.

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Anticamere & Corridoi: Screaming Trees (Capitolo completo)

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Estratto

 

Castelchiasso

Anno 2067

Cinquant’anni dopo l’Avvento del Mondo Nuovo.

Grazie al cielo avevano cambiato le lampade della sua stanza. La maniera in cui la luce al neon si rifletteva sul muro bianco le perforava gli occhi e la testa, impedendole ogni possibilità di immaginare, un posto lontano da quella stanzetta asettica. Aveva ancora bisogno di un’ultima bugia, dolce e accomodante come quella di cinquant’anni prima. Ormai si sentiva troppo vecchia per la verità.

Stava immobile, con il corpo esile immerso nell’ampio accappatoio blu sbiadito a fissare il lettino vicino al suo, ancora ben fatto, senza la minima piega. Nessuno lo aveva ancora occupato da quando si trovava lì. Avrebbe preferito vederlo sfatto, con tutti i segni della vita precedente tra le pieghe. In quel modo, pensava, sarebbe sembrata meno una promessa non mantenuta.

«È quasi ora, Magda,» l’infermiera entrò, dondolando sulle caviglie gonfie, con la divisa bianca troppo stretta per contenere i rotoli, la pancia e il seno. Portava nella mano paffuta una scatoletta di legno usurata e dagli angoli e i bordi scheggiati, mentre nell’altra quello che sembrava un beauty in finto oro, luccicante di brillantini.

«Gli è successo, come è successo a tutti gli altri, vero?» disse Magda, con gli occhi grandi e umidi ancora spalancati e fissi verso il lettino vuoto. «Vuoi sempre pensare che ce ne sia almeno uno diverso e che lo abbia preso tu. Invece, parlano tutti nella stessa lingua e ti promettono il mondo, prima di scomparire.»

«Non farti trovare di cattivo umore per quando lo rivedrai,» disse l’infermiera, disinteressata, rispondendo con fare meccaniche come se indorare la pillola facesse parte del suo lavoro come cambiare la vaschetta dei bisogno o cambiare la flebo.

«Ma mi ha aveva detto che sarebbe stato qui,» disse Magda. La sua voce si spezzò, trasformandosi in un lamento infantile, stridulo e acuto. Si sedette e aprì il beauty, tirandone fuori i vari trucchi e rossetti.

«Ti sta aspettando dall’altra parte,» disse l’infermiera, iniziando a impiastricciarle le guance cadenti col fard.

«Non abbiamo mai parlato di ”un’altra parte”.»

«E di cosa parlavate?» prese la matita e cominciò a disegnarle il contorno degli occhi.

«Non abbiamo parlato, non abbiamo avuto tempo,» l’infermiera era già passata al rossetto. A opera quasi conclusa, si convinse che nemmeno tutto il trucco del mondo l’avrebbe fatta apparire pronta e preparata al prossimo viaggio. Sembrava molto più preparata a finire tutto che a ricominciare.

«E la promessa?» chiese l’infermiera.

«Non me l’ha detta… ma l’ho sentita. Veniva dalle foglie, dall’odore della vaniglia. Passava attraverso il calore nelle sue mani e arrivava nelle mie. Poi, gli alberi si sono messi ad urlare…»

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Friendly Reminder # 3: Ultimo trip di un Don Giovanni perbene

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Willhelm Strauss è stato uno dei più grandi attori dei nostri tempi, ma adesso la sua stella è sbiadita ed è conosciuto dalle nuove generazioni come il membro più anziano dei «Figli di Fathima», nonché il suo simbolo.

A pochi giorni da «L’Avvento del Mondo Nuovo», il suo mondo fatto di set, festini, donne ed eccessi comincia a crollargli addosso, ma nei pochi giorni rimasti prima dell’arrivo di una «Nuova Luce», ha ancora tempo per un ‘’ultimo trip’’ per recuperare i cocci del passato e, con loro, le tracce della figlia scomparsa.

Capitolo 0 – Partire dal Basso (PDF – ePub)

Capitolo 1 – Nessuna Improvvisazione (PDF – ePub)

Capitolo 2 – La Signora delle Acque (PDF – ePub)

Capitolo 3 – Quello Che Volevamo Vedere (PDF – ePub)

Capitolo 4 – Fuori Sincro (PDF – ePub)

Capitolo 5 – Peep Show (PDF – ePub)

Capitolo 6 – Mostri Come Noi (PDF – ePub)

Capitolo 7 – Nessuna Bugia. Nessuna Paura. (PDF – ePub)

Capitolo 8 – Neve ad Agosto, Parte 1 (PDF – ePub)

Capitolo 9 – Arto dopo Arto. Dente dopo Dente. (PDF – ePub)

Capitolo 10 – Neve ad Agosto, Parte 2 (PDF – ePub)

Capitolo 11 – Il Giardino di Vetro (PDF – ePub)

Capitolo 12 – Il Dono (PDF – ePub)

Capitolo 13 – Controfigura (PDF – ePub)

Capitolo 14 – Ultimo Trip [Finale] (PDF – ePub)

 

Zeitgeist Hotel, Ciclo Uno: Ultimo Trip di un Don Giovanni Perbene (versione Ebook):

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Friendly Reminder # 2: Anticamere & Corridoi

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I ”Corridoi” e le ”Anticamere”, più che veri e propri racconti, sono punti di raccordo tra una storia e l’altra, utili per esplorare certi elementi dei ”Figli di Fathima” e della loro storia che non trovano spazio nelle ”stagioni” principali (come il progetto ”Nuova Luce” in ”Qualcosa è Andato Orribilmente Storto”). In questo ”Primo Ciclo” sono:

  • Anticamera: ”Quando Tutto Divenne Verde” (PDF) – (ePub)
  • Corridoio: ”Qualcosa è Andato Orribilmente Storto” (parte 2) (prossimamente)
  • Anticamera: Screaming Trees (PDF / ePub)

Friendly reminder #1: Una stanza grigia

finale

Illustrazione di Giulia Bacchini

 

Dopo tre anni di separazione, Inès e Gustav decidono di ricostruire le fragili fondamenta del loro rapporto e prendersi una breve vacanza tra le tranquille campagne di Castelchiasso, dove sono in atto i festeggiamenti de “L’Avvento del Mondo Nuovo”.
Quando, con l’arrivo dell’amico Boris, la morte irromperà nella loro quotidianità, l’hotel e i suoi inquilini si riveleranno nella loro vera natura e, in qualche modo, un’occasione per risolvere i vecchi dissapori una volta per tutte.

 

Capitolo

(Prima stanzetta): Isole e arcipelaghi (PDF ePub)

00. Una buona abitudine (PDF / ePub)

01. Ballo per due (PDF) – (ePub)

02. Primo sangue (PDF) – (ePub)

03. Giochi di coppia (PDF) – (ePub)

04. L’Uomo con la pistola (Parte 1: PDF – ePUB)/ (Parte 2: PDF – ePub)

05. La stanza grigia (PDF/ePub)

06. Equinox (PDF/ePub)

07. Lo spazio è solo rumore (PDF/ePub)

08. La morte è solo un’altra porta (PDF/ePub)

09. Gioco di specchi (PDF / ePub)

10. L’altra parte (PDF/ePub)

11. Un giorno rideremo di tutto questo (PDF / ePub)

Stanza Grigia: 12. ”Una Scintilla me lo ha detto…” [Estratto]

finale

 

Estratto

BORIS

Il posto si chiamava Castechiasso, una microscopica crosta di cemento e campi coltivati incastrata in mezzo alla pianura. La voce al telefono mi aveva mandato la posizione dell’hotel dove aveva alloggiato in quei due anni in cui ci siamo separati.

«E con… e con chi era? Era lì con qualcuno?»

Perfino dalla cornetta potevo sentirla sorridere, quella voce.

«Era con i suoi Fratelli,» mi rispose la donna, serena, incantata. «E le sue sorelle.»

Percorrendo quella stradina di terra battuta in mezzo alla campagna, temetti di essermi perso. Mi convinsi in fretta che tutto fosse uno stupido, crudele scherzo telefonico, finché non vidi l’hotel emergere in fondo alla strada.

Senti i muscoli congelarsi alla sua vista. Pareva un tipico albergo di campagna, con i muri ocra, il tetto rosso e tutta l’aria rustica che si portava appresso; il problema erano tutti quei rampicanti che la coprivano. L’hotel sembrava una carcassa arresasi alla vegetazione la divorava lentamente, come un topolino nella bocca di un serpente. M’irrigidì ancora di più quando vidi il bosco alla mia destra e il vasto campo arato che lo separava dall’hotel. Tutto sembrava trovarsi fuori posto, come se la natura avesse perso totalmente il controllo di sé, affetta da una schizofrenia incurabile, imprevedibile e fuori controllo.

Parcheggiai davanti l’hotel ed entrai. L’atrio era pregno di quell’odore di vaniglia che Mariù spargeva per la casa. Sentì un calore riempirmi il petto e strinsi i denti per impedirmi di piangere, commosso dall’avere finalmente ritrovato quell’odore che non dovevo più cercare e ricostruire tra i ricordi.

Inzani se ne stava nella posizione in cui l’avrei visto negli anni avvenire: piegato sul bancone, con una mano a tenersi la testa mentre l’altra compilava pigramente il cruciverba.

Seguì le istruzioni alla lettera e dissi:

«Cerco Virginia.»

«Virginia chi?» mi chiese Inzani, senza alzare gli occhi dal cruciverba.

Tirai fuori il tesserino da Carabiniere dalla tasca. Inzani alzò gli occhi e fissò le mie generalità, scocciato.

«Ora che conosciamo il suo nome,» disse. «Potrebbe dirmi qual è la Virginia che cerca?»

Rimisi il tesserino in tasca, imbarazzato, poi mi ricordai di un’altra istruzione che mi aveva dato.

«V.» dissi, sicuro. «Cerco la signorina V.»

Inzani si alzò dalla sua posizione, ridacchiando.

«”Signorina”, certo…» disse, alzando la cornetta del telefono. «Attenda solo un momento.»

 

(un po’ in ritardo, ma ci arriviamo… )

[Piccolo Spazio Pubblicitario] Halloween All’Italiana 2017.

 

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Niente ”Stanza Grigia”, per oggi, ma vi segnalo l’uscita dell’antologia a cura di Letteeratura Horror ”Halloween All’Italiana 2017”, dove tra i 69 racconti selezionati troverete il mio ”Fuori il Vecchio. Dentro Il Nuovo”. Nel link sotto tutte le istruzioni per scompararlo sia in cartaceo che in eBook.

 

Letteraturahorror.it – Halloween All’Italiana 2017